Il terrorismo in Europa ci appartiene

Cosa colpiscono gli atti terroristici in Europa?
Non simboli del potere politico o del potere economico occidentali (questa era una caratteristica di al-Qa’ida), ma simboli del divertimento, della spensieratezza, del godimento, dell’opulenza occidentale: discoteche, concerti giovanili, stadi pieni di tifosi, strade dedicate allo shopping, strade per il passeggio serale o del dì di festa, mercati natalizi, strade del turismo globalizzato.
C’è qualcosa in questi luoghi che caratterizza la vita di chi sta bene, di chi ha soldi da spendere, di chi si può concedere del superfluo.
Leggendo sugli stili di vita della maggior parte dei terroristi entrati in azione in Europa si scopre che non erano proprio compatibili con i precetti islamici, men che mai coi precetti dell’ortodossia wahabita; questi giovani erano dediti all’alcol, assumevano droghe, qualcuno era perfino omosessuale. Inoltre nessuno di loro era ricco, quasi nessuno di loro era colto, soprattutto essi non erano dei conoscitori dei testi sacri dell’islam.
E allora?
Allora, se vogliamo capire e neutralizzare il terrorismo in Europa la prima cosa da fare è non darne una lettura strumentale.
Cominciamo da capo: il terrorismo che stiamo conoscendo negli ultimi tre anni non è un fenomeno esogeno ma un fenomeno endogeno, un fenomeno che si avvia a diventare endemico.
Il terrorismo che stiamo conoscendo è un terrorismo europeo che ha sì qualcosa in comune con quello di matrice islamica in Africa e in Asia ma che ha anche caratteristiche distintive laddove esso è generato all’interno di cittadini europei figli di migranti di seconda e terza generazione, e laddove esso è figlio del nichilismo europeo più che del miraggio della leggenda delle 72 vergini che spettano ai pii e eroici uomini islamici.
I giovani di tutto il mondo, si sa, vanno alla ricerca di principi e valori forti a cui ispirare la propria esistenza, ma da qualche decennio a questa parte nel nostro mondo occidentale non ne trovano, essi vivono in un vuoto culturale, ideale e sociale.
Da anni psicologi e sociologi lanciano l’allarme sul nichilismo giovanile occidentale, nichilismo che trova spesso nelle droghe la forza che non trova nella società, nichilismo che può trovare nei fondamentalismi la risposta direttrice che sta cercando.
Ma se i giovani provenienti dalla cultura più propriamente europea affogano per lo più in gesti individuali che prediligono droghe, successo, mercificazione (cioè togliere l’anima alle entità) e possesso, i giovani esclusi, o anche che si auto escludono, che provengono da un altrove come i figli di migranti di tradizione islamica, ritrovano “conforto” nel ritorno alle origini. Nella ricerca di un centro di gravità accade loro di imbattersi in moschee wahabite, moschee che proliferano grazie ai massicci finanziamenti provenienti dai petrodollari. In queste moschee trovano le parole giuste per le loro sofferenze, parole diverse dalla nostre, parole che presentano la religione islamica come portatrice di un mondo che combatte contro il nostro che è stato colonialista ed imperialista, che ha il governo economico della globalizzazione, che è usurpatore e consumatore delle ricchezze di tutto il pianeta Terra a vantaggio di una sola parte, che predica libertà mentre in realtà è corruttore e distruttore delle diverse visioni del mondo non compatibili con le sue, che per mantenere il mito della crescita all’infinito distrugge il pianeta terra. In queste moschee trovano qualcosa di forte che non hanno trovato nella nostra società, trovano perfino che la morte per una giusta causa è migliore di una vita insipida e piena di frustrazioni.
Ma il male a cui i giovani islamici cercano soluzione nella radicalizzazione terrorista è molto presente anche tra i giovani occidentali. Il giorno in cui la diffusione delle droghe dovesse cessare avremmo più terroristi nativi cristiani occidentali che islamici. E’ proprio per questo che i traffici di droga si tengono sotto controllo ma non si eliminano mai.
Ecco, il primo punto da cui partire è assumere il punto di vista che c’è un problema che riguarda i giovani europei e non solo i figli degli immigrati islamici.
Se ai giovani, tutti, offriamo una speranza, se diamo parimenti a tutti loro opportunità di realizzarsi, se offriamo loro un mondo più giusto, allora il terrorismo avrebbe una risposta reale e non solo espedienti contingenti.

Specchi per il solipsismo


C’è una congruenza, tanto circostanziata da procurarmi sobbalzi di inquietudine, che tiene insieme in un processo in atto la conquista della centralità dell’Io, lo sviluppo delle tecnologie della comunicazione con protesi onnipresenti in ogni persona e il controllo digitale non soffocante, anzi basato sulla libera offerta di informazioni di sé al sistema di controllo.
La rete, dagli algoritmi dei social fino al touch screen dello smartphone, è un insieme di specchi dove ogni connesso si guarda, la rete è il regno del solipsismo, predisposto e veicolato attraverso l’accoppiata device-algoritmo. Questa accoppiata in continua mutazione, mutazione che viene proposta come offerta di nuove esaltanti possibilità, ci lascia soli in una melanconica compagnia di “amici virtuali”. Ognuno rimane prigioniero del proprio specchio, quindi non può vedere l’altro da sé, la rete è un insieme di miliardi di specchi, ognuno dei quali ha un cordone ombelicale che lo collega sì a tutti gli altri, ma all’interno dei grandi uteri-server che tutto avvolgono (Google, Facebook, Twitter, …). Ma a differenza dei cordoni ombelicali materni quelli digitali non servono ad alimentare il feto, cioè noi connessi, neppure a scambiare alimenti tra i connessi, che in realtà specchiandosi non vedono gli altri. I cordoni servono a succhiare e immagazzinare nei grandi uteri-server globali le informazioni che gli stessi connessi spontaneamente.
I nostri comportamenti, sentimenti ed emozioni comprese, e le nostre creazioni, in un percorso inverso da quello materno, diventano “dati” che poi gli uteri-server passano agli apparati digerenti che scindono i componenti nutritivi rendendoli adatti ad alimentare la Grande Macchina. I componenti nutritivi, come merci, vengono messi sul mercato della politica, della produzione di nuovi device, della elaborazione di algoritmi, della produzione di automazioni e robotica, della costruzione di sistemi di servizi globalizzati, dell’estrazione dei desideri globali, della riproduzione di immaginari, cinema, televisione, internet, editoria cartacea (l’industria dell’immaginario utilizza emozioni, sentimenti e comportamenti estratti dai big data per confezionare storie da diffondere su tutti i media, non solo cinema e TV ma anche libri, i direttori editoriali indicano allo scrittore di cosa hanno bisogno, e perfino l’arte di successo si serve delle analisi delle nude vite immagazzinate nei server dei social alla Facebook).
Una volta per comprendere il mondo usavamo classificare le entità o in naturali o in artificiali, ma oggi dove finisce il corpo umano e dove comincia la macchina? Quanto macchinica è oggi la vita umana e quanto sono umanizzate le macchine? La divisione tra naturale e artificiale non ci aiuta a leggere e interpretare il mondo che sta evolvendo, abbiamo bisogno di utilizzare un altro pensiero, che però la filosofia ha già messo a nostra disposizione.
Tra i vari nutrienti, che i grandi uteri-server raccolgono e gli annessi apparati digerenti mettono a disposizione del mercato, il controllo di ogni singola persona del pianeta è certamente quello più immediatamente politico.
Nel XVII secolo maturò il passaggio dal potere sulla morte al potere sulla vita, nacque la biopolitica; il panopticon, cioè il sistema di controllo a vista, e la disciplinarizzazione della società e del sapere costituirono due delle caratteristiche principali della rivoluzione del moderno che mise al centro il controllo della vita al posto del controllo della morte. Ma se il panottico analogico controllava da lontano e non entrava dentro le persone, il panottico digitale è dentro di noi; il panottico digitale è bidirezionale, allo stesso momento entra dentro di noi per succhiarci l’anima e per direzionarci: ci inocula reagenti e raccoglie le nostre reazioni; ci fa trovare dovunque andiamo in rete quello che stiamo cercando; ci chiude nelle «camere di risonanza» che ci convincono come tutto sia coerente col nostro modo di pensare; ci offre visioni e soluzioni concrete basate sull’analisi dei nostri comportamenti, sentimenti e emozioni, e che definiscono i desideri tante volte ancora non arrivati al nostro stato di coscienza.
In questo processo in atto non c’è più bisogno del gendarme armato, del delatore, noi ci offriamo spontaneamente al potere che ci domina.
Perché lo facciamo?
Se la galassia Google offre una serie di servizi di cui in rete non si può fare a meno, quali parti di noi soddisfano i social network visto che il 92% dei connessi, cioè due miliardi di umani, li usa quotidianamente?
I social si offrono come il luogo della soluzione dei conflitti tra l’essere solo e l’essere insieme, tra l’essere libero e l’essere sicuro, offrono il far parte di un gruppo e poter facilmente uscirne, l’avere un amico e poterlo cancellare con un clic, l’essere in ascolto ma eliminando tutti quelli che non si vogliono sentire, il creare gruppi (le chiamano “comunità”) perfettamente omogenei a se stesso, l’essere uno e trino, e anche moltiplicarsi all’infinito.
In poche parole i social si offrono come la soluzione alla solitudine e all’anonimia della società globalizzata, si offrono come il luogo dove avere relazioni con facilità, senza grande impegno, senza dipendenza dagli altri.
Dunque i social network sono la risposta “perfetta” alla grande difficoltà di “essere” dell’oggi, essi offrono soluzioni facili ai conflitti interiori e relazionali che affliggono le esistenze nel XXI secolo. I legami in rete sono leggeri, non impegnativi, immediati da creare e da sopprimere, e soprattutto sono tutti assolutamente sotto il controllo personale. Proprio l’opposto della condizione della vita della realtà fisica.
Se le promesse sulla facilità dei legami e sul non essere mai più da soli sono confermate dalla pratica, non si può dire la stessa cosa per la promessa di sicurezza, sul far parte di una comunità, o di essere una società. Proprio la facilità dei legami non permette appartenenza e dunque alla lunga neanche acquietare l’insicurezza e la solitudine.
Inoltre gli “incontri” in rete non sono così casuali, sono pilotati dagli algoritmi, il mondo che incontriamo è modellato sulle conoscenze che la rete ha di noi. Dunque quella che noi viviamo come libertà è una libertà pilotata. Pilotarci, archiviarci, dissezionarci e venderci, questi sono gli interessi delle grandi multinazionali padroni delle reti.
E’ possibile un agire non luddista in questa bio-psico-macchina?
Credo di si, bisogna impegnarsi in una ricerca dell’uso alternativo di essa.
Come?
-Con comportamenti empatici e dando un ruolo a tutti i sensi oltre la vista.
Loro, gli utero potere, contano sul solipsismo degli specchi che non permettono di incontrare l’altro, noi potremmo rispondere col sentirsi l’altro, mettersi nei panni dell’altro.
Questo comporta anche un cambiare il modo di scrivere e leggere: non solo scritti spot da consumare velocemente ma anche scritti che richiedono tempo, meditazione, studio. Non più letture attraverso il logos, perlomeno non fermandosi al logos, non più il valore del pensare e del dire che prevale sull’ascoltare, e soprattutto utilizzare l’empatia per penetrare gli specchi.
-Depotenziare il vedere che ci rende ciechi, cioè depotenziare le “faces” dei social network, che poi non sono altro che la nostra faccia rimandata dallo specchio schermo a cui siamo attaccati, magari potenziando lo studio del ruolo delle immagini meccaniche. Alcuni testi utili: Walter Benjamin (L’ opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica e altri saggi sui media), Roland Barth (La camera chiara), Susan Sontag (Sulla Fotografia), Vilém Flusser (Per una filosofia della fotografia).
-Esaltare l’ascolto. Non solo inteso come l’essere disposti ad ascoltare ciò che viene da fuori ma anche nel senso di ascoltare noi nell’ascoltare. E ancora, nel senso di ascoltare suoni. La musica, per esempio, pur con tutti i limiti della unidirezionalità, è già un’alternativa, e in rete c’è quasi tutta la musica, ed è gratuita (si fa per dire). Sì, l’aleatorietà della musica spaventa, soprattutto chi è troppo ancorato al logos, ma proprio questa può diventare la pietra che infrange lo specchio.
-La poesia non si legge con gli occhi ma con l’anima, la poesia è esperienza empatica più di ogni altra scrittura, la poesia è antidoto alla velocità, alla superficialità degli schermi specchi, dunque la poesia è rivoluzionaria.
– Odorare la rete, gustare la rete, sfiorare le onde elettromagnetiche coi polpastrelli delle nostra dita, …, non so cosa vuol dire ma sento che si deve cercare.
Il che vuol dire anche farsi uomini, scendere nel fisico, nell’analogico, contaminarsi anziché sterilizzarsi, attraversare i territori fisici, sentire davvero gli odori, i sapori, i rumori. Chiudere gli occhi per vedere con i polpastrelli, con il naso, con le orecchie, con le papille gustative.
Dobbiamo perseguire un agire locale e globale coerente, per questo mi domando: ma oggi noi, davvero conosciamo il territorio che abitiamo e che vorremmo cambiare?

Io senza Noi/Voi, città aperta oltre l’identità

Il capitalismo ha vinto la lotta di classe, la ricerca delle cause della sua vittoria non può essere sviluppata solo all’interno del meccanico intreccio tra economia e politica di stampo marxista. Inoltre, se l’errore di Marx può essere giustificato alla luce delle conoscenze dell’epoca, altrettanto non si può fare con i tanti marxisti di oggi che rifiutano gli sviluppi del pensiero che ci sono stati nella seconda metà del XX secolo.
La coniugazione del marxismo del XXI secolo deve partire dal mettere al centro la persona nella sua interezza, dunque non riducendola di volta in volta in spectrum politico o economico, oppure analizzandola in quanto consumatore, o spettatore, o interconnesso digitale,…
Dobbiamo ricomporre queste segmentazioni, segmentazioni che ci hanno pur sempre fatto capire molto, ma che ci hanno anche impedito di capire in tempo come e perché il capitalismo stava vincendo, cioè che il capitalismo ha vinto anche perché ha saputo rispondere meglio all’Io e alle istanze del profondo della natura umana.
Il pensiero della sinistra marxista per troppo tempo si è privato degli apporti di Nietzsche, Freud e Heidegger, fermandosi al chiudere in gabbie i loro contributi indispensabili alla conoscenza dell’uomo, e dunque del mondo. Ma si sa che il “grande pensiero” va molto più in là delle scivolose superfici ideologiche e politiche. Intanto, però, abbiamo perso un secolo per l’idiosincrasia dei nostri eroi dell’ortodossia.
Partire dalla persona ci impedisce di arrivare agli orrori dello stalinismo oltre che del fascismo e del nazismo, ci impedisce anche di cadere nell’orrore di chi salva gli animali e allo stesso momento resta indifferente davanti alle sofferenze umane, di chi si arrocca intorno a principi eterni che in realtà sono caduchi come foglie di alberi, insomma partire dalla persona depotenzia gli integralismi.


Il capitalismo, così come lo conosciamo oggi, è il punto di approdo di una lotta centenaria tra capitale e lavoro, il che vuol dire ammettere che il capitalismo ha governato il mondo perché è stato capace di essere inclusivo, ha riconosciuto un ruolo alla classe operaia e ne ha tratto soluzioni che hanno creato migliore qualità della vita pur mantenendo inalterato il suo potere.
Oggi però il capitale non utilizza più il potente motore della contraddizione capitale-lavoro del XX secolo.
Perché?
Perché ha trovato più convenienti altre strade: dagli anni 70 la ricerca di nuove tecnologie è dettata direttamente dalla ricerca di nuovi consumi e consumatori e non dalla soluzione dei conflitti di classe. E’ evidente che la forza contrattuale che può mettere in campo l’uomo consumatore, tra l’altro tenuto permanentemente a tiro dal desiderio di merci, è ridicola rispetto all’uomo produttore, e non formerà mai una classe come era accaduto agli operai.
Se i modi di produrre, comprese le organizzazioni del lavoro, si definiscono in base ai prodotti da immettere sul mercato e non per rispondere a richieste di nuovi diritti dei lavoratori, il motore marxista si spegne. E’ per questo che i sindacati, tutti, sono impotenti e non fanno altro che sopravvivere facendo assistenza, che pure è cosa nobile, ma certamente da loro, così come li conosciamo, non potrà venire alcun pensiero alternativo. Dagli anni 70 si sono aperti scenari di ricerca inediti e tanto è stato creato dal pensiero critico.
Quali sono i nodi da sciogliere e quali da annodare, come si creano focolai di soggettivazioni autonomi e interconnessi, quali relazioni sperimentare che non siano quelle a cui rimaniamo abbarbicati solo per paura, o quelle veicolate nel nostro bios dal potere?, … ?
Cominciamo con l’ammettere che la crisi della classe operaia e dei suoi strumenti organizzativi di contropotere è crisi definitiva, che in questa fase storica il potere capitalista ne esce enormemente accresciuto per il venire meno del polo di carica opposta con cui era costretto a relazionare, che questo potere è diventato assolutista e dunque che potrebbe essere finita la fase del mercato che genera democrazia e che gli strumenti di cui si serve sono le reti interconnesse, non a caso governate da poteri assoluti e anti democratici.
Ma questa liquefazione del campo non sottoposto più alle linee forza dei due poli opposti, alla lunga, non potrebbe diventare anche la fine del capitalismo, o per lo meno della sua forma storicizzata?
Effettivamente queste riflessioni possono viaggiare lungo questo asse, ma solo se le innovazioni risolvano in tempo e in modo soddisfacente le questioni poste dal pensiero ecologista.
Voglio dire che se si trovano nei prossimi trent’anni fonti energetiche illimitate, tipo la fusione, che permettano di riscaldare e raffreddare, umidificare e deumidificare, spostarsi, alimentarsi, coltivare i deserti, assorbire o meglio ancora abolire gli inquinanti, allora il conflitto viaggerà per creare equilibri democratici sulla base di conquiste di libertà, diritti e realizzazione della persona in quanto tale. Ma se la soluzione dovesse essere la restrizione dei consumi per ricreare uno stato di equilibrio planetario io vedo un futuro di guerre spietate, e saranno tutti i sud del mondo che sferreranno l’assalto al cielo. Io vedo guerre ambientali giacché la sordità, di chi ha acque e risorse economiche in abbondanza, al grido che si leva dai sud genererà lotte per la sopravvivenza. Sarà uno scenario di orrori quello della gestione della decrescita, tutt’altro che felice, e questo per la semplice ragione che nessuno si adopera per coinvolgere i sette miliardi di umani in un percorso culturale di presa di coscienza e dunque di una decrescita consapevole e partecipata. In un mondo che non riesca a gestire questo percorso, per la prima volta planetario, solo le guerre e le distruzioni potranno ricondurre al contatto con la cruda realtà dell’impotenza umana. E forse una volta ancora, precipitati nella polvere, gli umani potranno ripartire.


Rispetto a questi due scenari cosa possiamo fare?
Si, auto elettriche, fotovoltaico, eolico, …, microdistribuzione delle energie, …, ma non basteranno, non ci sarà il tempo, buona parte dell’Africa è già oggi allo stremo. Saremo costretti alla solita ipocrisia che contraddistingue la sinistra, grideremo no alle limitazioni degli sbarchi sperando che altri le pongano e ci permettano di sentirci anime candite? Ma quelli che hanno in mano il mondo da tempo sanno leggere quale sia la nostra vera natura sotto le lenzuola, e dunque i loro poteri saranno rafforzati anziché indeboliti, ecco perché per costruire reali contro poteri dovremmo rinunciare all’ipocrisia, diventare adulti, trovare soluzioni e soprattutto realizzarle.
Se noi continuiamo a rimanere quello che già siamo, se noi non sperimentiamo nuove forme di relazione e preferiamo i nostri confort pur bestemmiati pubblicamente, non avremo mai la forza per generare nuovi mondi.
Non è forse anche questo pronunciare parole che non diventano corpo e sangue del fare, non è forse anche questa divisione del pensare dal praticare, non è il non far nascere il pensare dal “praticare il pensare” il male che ci debilita?
Noi dovremmo produrre, è solo il produrre che unisce le auspicate e intangibili soggettività in possibili oggettività. Senza il produrre come dimostrazione delle parole rimane il rumore di fondo creato da tutti i media.
I postmoderni negli anni 70 avevano demolito la progettualità positivista, dunque il marxismo politico, perché impediva di liberare la creatività. Era un passaggio necessario, ma per che cosa?
Molti pensano che si elimina una visione unica per crearne un’altra, per costoro sarebbe impossibile per l’uomo vivere, agire, creare futuro, senza una weltanschauung unificatrice, dunque questi sono oggi alla ricerca di una nuova visione del mondo che ci unifichi. Altri, ed io tra questi, pensano che la distruzione dell’unicum non sia una fase transitoria ma un punto di approdo, approdo che prefigurerebbe la ricerca di nuove forme relazionali che partendo dalla conquistata intangibilità dell’Io sperimentano dei Noi per scelta libera, cioè Noi non dettati da necessità, Noi leggeri, continuamente rinegoziabili, Noi mutanti e non monumentabili.
Sia che si pensi a definire una nuova visione del mondo, sia che si pensi a una ricerca libera da qualsiasi gabbia, abbiamo un percorso comune: sperimentare la creatività di moltitudini capaci di agire in totale autonomia e separatezza dal pensiero dominante, e questo lo si può fare in piccoli gruppi locali in presenza, senza rifiutare le tecnologie come supporto, piccoli gruppi locali che pensano e che sperimentano relazioni nel produrre Beni Comuni.
L’errore, tutto di impostazione vetero-marxista, del movimento dell’acqua bene comune, stava proprio in una lotta che, pur se lodevole, non costruiva un percorso di Bene Comune dal basso, giacché finiva col proporre a uno stato la gestione del bene comune. Senza poi contate che agiva nella classica visione della lotta per la conquista di diritti senza doveri, diritti senza auto responsabilità. Questo pensiero non genera un mondo diverso da quello in cui viviamo, questo pensiero ha sempre bisogno di uno stato centrale che governa, e se va bene, che ridistribuisce ricchezza.
Un nuovo mondo si comincia a costruire portando la legge dentro di sé, dunque eliminando qualsiasi ente esterno a cui demandare l’ordine, dunque eliminando lo stato e le istituzioni che ne rappresentano le articolazioni. Per costruire un mondo altro dobbiamo agire assumendo responsabilità che finora abbiamo delegato allo stato, si tratta di un percorso di utopia dolce giacché non crea conflitti canalizzabili in guerre, dolce perché non ci sono più palazzi di inverno da assaltare, o regicidi da compiere, un’utopia affermativa, cioè che si occupa direttamente della realizzazione, del vivere la propria alterità.
D’altra parte il comunismo lo ha realizzato il capitalismo, non è una contraddizione, e non sono io a dirlo, ci sono diversi marxisti che lo hanno scritto. E vogliono dire che il capitalismo ha svuotato il comunismo rivolgendosi direttamente alla persona mentre il marxismo demandava questo approdo finale dopo un indefinito percorso di dittatura del proletariato che avrebbe costretto gli individui a cambiare la loro natura borghese. Sappiamo com’è andata, la forza dell’Es è troppo più potente di qualsiasi dittatura, e meno male, perché essa ci ha salvato. Ma possiamo noi non partire da questa forza?
No, non possiamo, noi dovremmo partire da questa per esercitarla sia come potenza destituente che come potenza costituente senza però mai trasformarla in potere costituito.
Ecco questa coniugazione dell’anarchia, del tutto personale, mi convince più di ogni altra perché tiene conto della grande creatività del pensiero umano della seconda parte del XX secolo e dell’inizio di questo XXI.
Ma quale Noi? Il pensiero giudaico greco ci ha portato a vivere il Noi che genera un Voi trasportando la pur necessaria relazione/distinzione Io-Tu a un Noi-Voi che era dettato più dal potere politico che dalla natura umana. Aggiungo che anche il pensiero che ancora si crea attraverso la dialettica utilizza uno schema Noi-Voi, dunque anche la dialettica ha bisogno di essere superata, magari da una visione dove i confini tra Io-Tu, Noi-Voi, tra le etnie e gli stati siano ridotti a pura necessità di ritmo del paesaggio, dunque valicabili liberamente e in ogni senso. Dovremmo cercare un altro Noi: un Noi che non genera un Voi. Magari cominciando col creare un altro pronome plurale che non sia l’attuale Noi, cioè un pronome che includa in sé il senso di “Noi senza Voi”. Nel 2010 definii questa condizione con un concetto che zerotremilacento proiettò su tutta la facciata dell’attuale palazzo della Regione Lazio sito presso la stazione da basso dell’ascensore inclinato di Frosinone: Io senza Noi/Voi, città aperta oltre l’identità.
Infine: i limiti della rete sono enormi, la comunicazione ne è condizionata, ma possiamo mettere in crisi questi limiti e i comportamenti dominanti, mettere in crisi le contrapposizioni Noi-Voi e il male della dialettica se agiamo per empatia. L’empatia crea molto di più di un ponte, ed perfino di più delle frontiere aperte, l‘empatia è la base per una relazione che crea Noi senza condizionare gli Io, che crea Noi che non generano Voi. Vorrei essere letto con empatia e non solo con pensiero logico cognitivo.

Il nodo delle relazioni


L’epoca moderna è stata l’epoca del passaggio dai sudditi agli individuali cittadini. Dalla fine degli anni 70 del secolo scorso è in atto un processo che ha determinato una società liquida, o, secondo altri, la fine della società. Certamente è finita la società di coloro che erano costretti a “essere insieme”, cioè la società strutturata come masse sterminate di salariati che per simili condizioni oggettive erano spinti a unirsi per trasformare la debolezza in forza contrattuale. Ma proprio grazie ai diritti conquistati e al benessere conseguito coll’agire come insiemi, l’uomo sempre più si è affrancato dall’obbligo di fare società mettendo così in crisi tutti gli istituti che hanno caratterizzato questa fase storica: la famiglia, come nucleo elementare della società, i sindacati e i partiti di massa. Allo stesso momento, da una parte il bene comune, o spazio pubblico, andava perdendo la sua importanza davanti alla prorompente avanzata dell’ego, dall’altra parte una serie di fattori intrinseci al sistema economico faceva sì che sempre più fosse sollecitata la molla del desiderio, desiderio appagabile, secondo questo modello, col possesso di oggetti e servizi, materiali e immateriali. Una catena vorticosa di creazione di immaginari desiderabili è diventa il vero motore della corsa a cui tutto il pianeta globalizzato è sottoposto; intanto, quanto più si corre più diventa difficile creare pensiero critico rispetto al sistema, così che, pur pensando di se di essere creatori e portatori di pensiero auto generato, si agisce solo all’interno delle variabili ammesse dal sistema stesso. La velocità non è l’unico fattore di assenza di pensiero critico, c’è anche la complessità che rende l’analisi molto sofisticata ed elitaria; dunque le moltitudini sono prive di strumenti per comprendere lo stato presente, infine in questo “transito dell’umanità” c’è l’assenza di una teoria politica efficace. In queste condizioni non si crea futuro, ovvero non si creano nuove suggestioni utopiche, non si generano speranze. Per queste ragioni, e non solo per esse, se da una parte non ci si può esimere dall’intervenire nella contingenza politica dall’altra si ha il dovere di alimentare una ricerca a tutto campo che agisca in profondità e per tempi lunghi.
Alcune domande a cui trovare risposte:
1 – Se l’uomo si sta affrancando dall’obbligo sociale, se ha conquistato lo stato di individuo, come potrà diventare persona, cioè non un numero (individuo) ma un essere che ha il potere di intervenire direttamente nella determinazione delle scelte, un essere che assume in se le responsabilità senza dover generare istituzioni disciplinari esterne a se che agiscono attraverso obblighi punitivi/coercitivi?
2 – Come è possibile vivere la condizione di IO che relazionano in un NOI, un NOI che però non genera un VOI (gli altri, i diversi da NOI)? O anche, come stare insieme senza creare confini invalicabili, come essere territorio sociale (e psicologico) in continua disponibilità di deterritorializzazione?
3 – Come generare un nuovo Spazio Pubblico che si sottragga all’impoverimento priva(re)tizzante, che anziché essere percepito come territorio della Paura diventi Bene-essere Comune?

Un inizio
Si può iniziare creando soggetti che ricercano nuove forme di relazioni tra le persone, tra le persone e lo spazio in cui esse agiscono. Questi soggetti dovrebbero creare con le modalità non “dell’utile” ma piuttosto con le modalità dell’arte. Se ci siamo spinti nella condizione di agire sulla fine della società, ovvero verso la nascita della ”persona qualunque” e l’avvento dell’anarchia, allora non va ostacolato il dissolvimento dei “legami” al posto dei quali oggi ci sono “gli incontri”, bensì si deve partire dagli “incontri” per sperimentare nuove relazionalità, dove libertà della persona, condivisione di progetti e partecipazione diretta alla costruzione dello Spazio Pubblico convivono e realizzano la nuova società del XXI secolo. La dimensione operativa da assumere è quella della produzione artistica, dell’essere ogni uomo un artista che esercita la sua creatività per produrre il “bene-essere comune”.
Si tratta di creare dei soggetti sociali che non chiedono alle istituzioni e/o ai poteri agenti nella società di fornire le soluzioni, ma soggetti che si pongono direttamente come risolutori, che si appropriano dello spazio pubblico per sottrarlo alle “privatizzazioni” e restituirlo al bene-essere comune. Essi agiscono per creare le “relazioni altre”, creando così le condizioni che cambieranno la natura e le modalità di funzionamento delle stesse istituzioni pubbliche.
Da alcuni anni un modello di questo agire è sperimentato a Frosinone da “zerotremilacento arte pubblica relazionale”; questa associazione, formata da artisti e non artisti, agisce nello spazio pubblico con modalità proprie dell’arte per creare Cantieri Aperti di relazioni e produzioni condivise.
Uno di questi Cantieri è “Città degli Orti”: si tratta di creare e curare “orti d’arte” in spazi pubblici e privati, spazi abbandonati e/o residuali. Nel realizzare e tenere in vita gli orti zerotremilacento mette in moto delle forme di relazione che prima non esistevano tra pubblico e privato, tra cittadini e territorio, tra comunità prima invisibili e/o chiuse in confini. In queste sperimentazioni ci sono cittadini che qualificano uno spazio pubblico con la loro diretta attività ottenendo un comodato d’uso da parte dell’Amministrazione Comunale, e ci sono cittadini che recuperano uno spazio privato abbandonato e lo rendono di uso pubblico. Questo agire cambia la tradizionale relazione tra privato e pubblico e gli stessi concetti di privato e di pubblico. Le persone che si incontrano per realizzare orti fanno esperienza di relazioni sociali prima inesistenti, inoltre non è di poco conto il fatto che, agendo sugli aspetti funzionali e sugli aspetti estetici di questi spazi, essi contribuiscono al miglioramento della qualità urbana della città. In altri orti si sperimentano relazioni tra utenti del Dipartimento di Salute Mentale e cittadini qualunque, relazioni che si esplicano sempre in un fare comune per un bene comune. In questa azione si opera sulla separazione, sull’invisibilità di quei soggetti ritenuti inidonei ai cicli produttivi, soggetti per questo trasformati nell’immaginario collettivo in presenze inquietanti da evitare e dunque da eliminare dai luoghi frequentati dai bene-stanti. Creare momenti e spazi pubblici dove queste relazioni si sperimentano vuol dire agire sui limiti dell’essere sociale, vuol dire valicare se non cancellare confini che lo stesso uomo aveva artificialmente creato, significa anche però trovare soluzioni per la società tutta, e queste soluzioni si possono trovare solo posizionandosi sui confini.
In sintesi: è tra i confini che può nascere la società del XXI secolo.
Come si esplica il modello sperimentale agito da zerotremilacento: l’inizio è l’analisi del territorio operativo, poi si agisce per cambiare l’immaginario collettivo da negativo in positivo, da questo agire emergono gruppi di incontro che creano un progetto condiviso, infine si sperimenta il progetto, dove per sperimentazione si intende un processo che conduce alla soluzione ottimale procedendo per approssimazioni progressive, cioè il punto di approdo di un progetto è solo il punto di inizio del prossimo progetto.
Caratteristiche sperimentate: Relazioni in presenza al posto delle relazioni virtuali, relazioni laddove erano separazioni, creazione di idee e di cultura fuori dal controllo dei sistemi globalizzati di in-formazione, superamento della democrazia delegata per la democrazia diretta.
Un secondo spazio di intervento è quello del fiume Cosa, un fiume che raccoglie le acque del bacino dei Monti Ernici per convogliarle nel Sacco, poi nel Liri infine nel Garigliano. Questo fiume con l’abbandono dell’agricoltura e della pastorizia era sparito dall’immaginario collettivo. In questo oblio la sua funzione era diventata l’essere un “collettore fognario” che portava al mare i liquami cittadini, nonché area di discarica di qualsiasi rifiuto solido e liquido privato. Nonostante le deturpazioni estetiche, chimiche e biologiche molte aree rimanevano straordinariamente suggestive dal punto di vista paesistico. Si è cominciato con l’intervenire per far riemergere il fiume dall’invisibile in cui era precipitato e per rovesciare l’immaginario negativo in un immaginario che comprendeva anche bellezza, un incunearsi di positività che permetteva di elaborare proposte per il recupero intero di tutta la sua valle. Creando eventi artistici site specific si è riusciti a coinvolgere cittadini, associazioni, scuole e amministrazioni pubbliche in un processo di riscoperta di un patrimonio naturale, di un’archeologia industriale e di altre memorie storiche, orali e materiche, un percorso che ha portato alla costituzione del primo Contratto di Fiume del Lazio. Ma l’aspetto più interessante della ricerca è costituita dall’elaborazione di modalità di Bene Comune. In Italia il Bene Comune non è riconosciuto dalle leggi laddove esistono solo i beni privati e i beni pubblici. Il Bene Comune sperimentato da zerotremilacento si va costituendo come un bene pubblico aperto a tutti e curato direttamente dai soggetti fruitori del bene. Il Bene Comune non solo non deve subire depauperamenti ma deve accrescere la tutela della natura, la bellezza del paesaggio, le possibilità di fruizione delle aree, la partecipazione diretta dei cittadini. Educare i cittadini fin dalla scuola primaria alla presa in cura di luoghi del fiume, come pure di manufatti umani di valore storico e culturale, far conoscere il bene frequentandolo, osservandolo, classificandone le caratteristiche, misurando la qualità delle acqua e godendone come luogo ricreativo: sono questi gli obiettivi che si stanno realizzando.
Un altro aspetto fondamentale per la società che viene è quello di essere costituita da uomini e donne capaci di dotarsi di strutture concettuali flessibili e continuamente rimodellabili, di una identità aperta alle contaminazioni, pronta a partecipare a processi costituenti. Forse l’uomo del futuro è un uomo Potenza Costituente che non si ferma a diventare Potere Costituito.
Frosinone, ottobre 2015

Cuba sì, yanquis no

-L’Avana, marzo 2013 –
Castro chi?
Nel senso di Raul o Fidel?
Se lo chiedi in giro ti rispondono che differenza fa? Poi li vedi assieme nelle foto dei momenti di gloria, Raul, il fratello piccolo per sempre piccolo all’ombra di Fidel, giovane, con appena un filo di baffi, guarda il fratellone a sinistra, a destra il Che sta ridendo mentre lui è sornione, come di chi essendo di famiglia è avvezzo alla lingua fraterna. Fidel, lo scaltro Fidel comunista al punto giusto, Fidel l’unico che poteva governare la rivoluzione. E come la governò? Semplicemente senza mai definire un programma, e soprattutto senza mai definire una struttura organizzativa che tenesse insieme l’esercito della Sierra col movimento del Llano, quello della pianura e delle città, tanto eterogeneo quanto velleitario. Quando nel dicembre del 1958 si sta per entrare a L’Avana, Fidel non ci manda Ernesto Guevara che era lì a due passi, troppo forte, troppo pericoloso, ci manda Camilo, che sta più lontano. Dice che lo fa perché vuole prendere tempo, perché troppi generali e colonnelli di Batista sono smaniosi di passare coi barbudos, ma lo fa anche perché è convinto che Camilo non utilizzerà la presa de L’Avana per prestigio personale, per rivaleggiare con lui, non ha tempo, è troppo preso da donne e rum. A gennaio 1959, scappato Batista, Fidel ufficializza il suo ruolo di leader maximo.
che-guevara-raul-fidel-castro Chi poteva contrastarlo, il Che? Grande personalità, colto, intelligente, capace, ma argentino e poi troppo comunista per tenere insieme le varie anime della rivoluzione, soprattutto quelle barghesi e nazionaliste. E non dimentichiamo che il partito comunista aveva collaborato con Batista, che gli americani, in un primo momento, avevano perfino finanziato la guerriglia per contrastare l’eventuale influenza sovietica.
Camilo è molto amato dal popolo ma è troppo preso a difendere la parte nazionalista indipendentista per proporsi come punto di riferimento di aggregazione. E poi non ha mai pensato di diventare leader maximo.
Dunque la rivoluzione cubana, fin dallo sbarco del Granma, ha il destino segnato da quel Fidel fede incrollabile, l’unico ad avere certezze, ambizione e determinazione, doti che gli faranno dire dopo il disastro dello sbarco: “Siamo in sette. Non ci hanno uccisi. Dunque la vittoria è nostra”. In realtà poi si ritroveranno in dodici, forse addirittura il tredici, ma 50.000 uomini dell’esercito di Batista non riusciranno più a prenderli.

Andando su e giù per l’isola Fidel si vede poco, qualche frase nei campi, o ai lati dei monumenti agli eroi morti. Raul neanche queste. Nelle scuole, negli ospedali, nelle piazze, in tutti i luoghi pubblici è poco rappresentato. Si trova tanto José Martì, in bronzo, in marmo, in foto, in dipinti, e, soprattutto, riprodotto in un busto di plastica bianca posto ovunque, poi trovi il Che, infine Camilo, ma dei Castro molto poco.
Noi siamo abituati ad avere la faccia del presidente della repubblica negli edifici pubblici, per esempio nelle scuole dietro la scrivania del dirigente scolastico, a Cuba non deve essere un obbligo, infatti dietro la scrivania della direttrice della “Escuela Especial Solidaridad con Panamà” non c’è niente, su una parete c’è invece il Che, non l’icona classica, ma un vero quadro realizzato a carboncino. Più tardi scopro, su un tavolinetto tra due poltrone, lì dove in genere si mettono le foto dei parenti stretti o di quelli morti, racchiusi in una piccola cornice di metallo, ci sono Fidel e Raul. Non è una cosa da regime stalinista quel rappresentare il potere reale in una dimensione privata.
In tutte le aule, a parte una, ci sono immagini del Che e di Camilo. Certamente il Partito Comunista Cubano ha bisogno di questi eroi e se ne fa scudo, ma Camilo e il Che si trovano anche nelle case private, dunque sono amati e rispettati dal popolo. O forse, ad essere maliziosi, il popolo sceglie gli eroi morti anziché quelli che governano interrottamente dalla fine della rivoluzione. Come dire siamo con loro ma non con voi.
E parlando con le persone nei mercati, con quelli che affittano camere, coi tassisti e quelli a cui abbiamo dato passaggi nei viaggi per l’isola, emerge che quasi tutti desiderano un maggior benessere e credono che questo possa venire solo con la caduta del castrismo. Il PCC nel suo ultimo congresso ha confermato Raul fino al 2018, da parte sua Raul ha già dichiarato che nel 2018 si ritirerà dalla scena pubblica.
Cosa accadrà? Il PCC si aspetta nei prossimi dieci anni che il prodotto interno del lavoro indipendente, così viene definita l’iniziativa privata, superi quello statale e raggiunga il 60 % dell’intero PIL, come dire che il socialismo statale corre ai ripari, tenta la carta di una forma di economia mista, mercato a controllo statale.
Ma che sbocchi darete all’accumulazione di capitale da parte del lavoro indipendente, chiedo a Roberto Rodriquez, responsabile dell’amicizia tra i popoli, area Europa.
“Abbiamo messo dei paletti molto stretti perché non ci siano accumulazioni di tipo capitalistico; l’iniziativa indipendente non può assumere più di nove persone. I ricavi di queste iniziative sono fortemente tassati, un affittacamere paga allo stato, per ogni camera 150 Pcuc al mese” (a Cuba circolano due monete, una nazionale, i pesos, e una convertibile con le divise estere i pesos-cuc. Un peso-cuc vale un dollaro statunitense. Se vuoi i pesos non convertibili, devi prima cambiare la divisa estera in pesos-cuc, e poi questi in pesos cubani. Con un peso-cuc ti danno 25 pesos cubani). Insomma se riesci ad affittare per tutti i 30 giorni, allo stato toccherebbe una tassa complessiva del 25%, ma se non trovi clienti, neanche per un giorno, i 150 Pcuc devi versarli lo stesso. In Italia una tassazione del 25% sarebbe una manna dal cielo.
La tassazione è un aspetto recente e ancora primordiale, non è del tipo che si usa negli stati ad economia di mercato, per capirci non esistono IVA e IRPEF e neppure un’IRAP. Non si rilasciano scontrini a Cuba, né si pagano tasse sui salari. Per ora le iniziative private pagano un tot fisso al mese, è più un canone di concessione statale che una tassa. Ma non tutte le attività private pagano tasse, per esempio le Case Particular pagano per l’affitto delle camere ma non per il cibo, e per il cibo il guadagno può essere anche superiore allo stesso affitto, anche perché gli affittacamere ai mercati comprano gli alimenti in pesos cubani e li vendono ai turisti in pesos-cuc. E sono tanti soldi se si pensa che lo stipendio di un operaio è di 10 Pcuc al mese, e quello di un medico di 20 Pcuc al mese. Come dire che una giornata di affitto vale il doppio di una paga mensile di un operaio. E per far capire quanto sia grande la differenza tra il guadagno in attività private da quello stipendiale, a Moron il nostro affittacamere era un medico odontoiatra. Lo vedete un dentista italiano che per fare soldi affitta le camere della sua casa?
Le case possono essere di proprietà privata, si possono vendere e acquistare, infatti per strada ci sono tanti cartelli vendesi. Per comprare devi essere cittadino cubano.
Questo è un processo di accumulazione, come lo gestirete quando questa piccola borghesia deterrà il 60% del PIL? Seguirete le via russa o quella cinese?
“Nessuna delle due, intanto perché lì c’è ormai il capitalismo e poi perché Cuba da sempre segue la sua via al socialismo, e il socialismo non sarà abbandonato. E’ poi successa una cosa molto interessante, tutte le categorie di lavoro indipendente hanno subito creato i loro sindacati”, risponde Roberto.
Insomma i padroncini hanno creato associazioni per la difesa dei propri interessi, cosa accadrà quando queste categorie si proporranno come forza che vuole contare, forza che invade la scena politica, forza che chiederà potere? E che forma di potere può essere più congeniale a questa nuova borghesia?
“E’ un processo in atto, ancora non sappiamo cosa e come evolverà, risponde Roberto Rodriguez, quello che sappiamo è che mai abbandoneremo il socialismo. D’altra parte lo sviluppo dell’iniziativa indipendente nel campo dei servizi è notevole mentre rimane irrilevante nel campo del settore primario e del settore secondario. Stiamo cercando di incentivare la nascita di cooperative nel settore primario e secondario ma per ora con modesti risultati”.
130224-fidel-hmed-11a_photoblog600 Ecco questa indeterminatezza rimane una caratteristica del castrismo, qui si è lasciato che il potere, la società, l’economia, fossero una massa informe e fluttuante, una massa che necessita di un punto di riferimento, Fidel, proprio come durante la rivoluzione. Il processo rivoluzionario teoricamente abbraccia il leninismo ma poi se ne tiene ben lontano, d’altra parte Fidel non era comunista, Raul lo era ma non contava, il Che lo era e si dannava a chiedere struttura, strategia, rigore. Sono sue le parole di condanna più pesanti ai movimenti del llano dopo il fallimento dello sciopero generale del 9 aprile del 1958 e la morte di più di cento militanti. La direzione del Movimento 26 Luglio del llano fu infatti sciolta e da allora la Sierra, cioè la parte militarizzata del movimento, prese il sopravvento e governò la rivoluzione.
E ora?
Ora smottamenti in corso.

Vi ricordate il film Fragola e Cioccolata? Si narrava delle discriminazioni e delle violenze subite dagli omosessuali cubani. Bene ora a Cuba i matrimoni gay sono riconosciuti e se si vuole cambiare sesso si può farlo gratuitamente nel sistema sanitario statale. Per strada una notte nel centro storico di Cameguey ho incontrato una piazza piena di omosessuali che giocavano alla cavallina, inventavano di volta il volta come toccarsi al momento del salto. Le loro risa risuonavano in tutta la piazza. C’era gioia di vivere e libertà di mostrarsi, anzi sfrontatezza e provocazione, tipica degli omosessuali dell’orgoglio gay.
Dall’etica del lavoro disgiunto dal valore economico di Ernesto Guevara siamo ora al mini capitalismo privato che dovrà produrre più della metà del PIL nazionale. Le persone comprano e vendono case, si organizzano in associazioni di categoria, non si tratta di sindacati di lavoratori ma di padroncini che si associano per difendere il loro profitto. Quando questi smottamenti diventeranno frana o passaggio ad un’altra mappa non si sa, molti scommettono entro il 2018, come dire che il comunista Raul chiuderà il comunismo cubano. Guai però a farlo sapere in giro.
E comunque durante questo viaggio, una domanda ci ha intrigato come un mistero a cui davamo tante risposte e nessuna soddisfacente: premesso che incontriamo tanti cubani intenti a scolarsi birra o rum, tenuto conto che un operaio-operaio, cioè uno che non ha attività indipendente, o un impiegato statale, ha un salario di 10 Pcuc al mese, e che una birra Cristal, o una Bucanero, costa 1Pcuc, come fa un cubano a ubriacarsi? E se una bottiglia di Havana club, o di Santiago costa dai 3,50 ai 4 Pcuc, come fa un cubano a scolarsene una al giorno? E’ un altro mistero del comunismo cubano, un comunismo a rete con maglie flessibili, le maglie si allargano e si stringono.

Il rigore intransigente del Che
famigliache_3  La famiglia ufficiale di Ernesto Guevara è composta dalla moglie Aleida March e da quattro figli: Aleida, stesso nome della madre, Celia, Camilo ed Ernesto. Il Che era stato già sposato con Hilda Gadea, da questo matrimonio nacque Hilda Beatriz. Hilda e Hilda Beatriz sono morte, la prima nel 1975, la seconda nel 1995, rimane la famiglia cubana, famiglia che gode di uno stato sociale diverso dai normali cittadini, per esempio davanti alla loro dimora c’è sempre un picchetto di guardia; d’altra parte i familiari sono sempre pronti a sostenere, fosse anche con la sola loro presenza, le iniziative del potere castrista. E poi Aleida moglie custodisce i tre sacchi di documenti del Che consegnate da Carlos Franqui nel 1965, anno dell’inabissamento del Comandante, inabissamento dal quale emergerà solo come cadavere esposto nella scuola di La Higuera, villaggio della foresta boliviana. I materiali in possesso della famiglia, secondo lo stesso Franqui, che lasciò Cuba nel 1968 dopo aver firmato un documento contro l’invasione della Cecoslovacchia, contengono parecchi motivi di apprensione per il potere castrista. [Franqui, che fu direttore di Radio Rebelde e successivamente del quotidiano Revolution, ha al suo attivo diversi scritti critici sulla rivoluzione cubana]. La famiglia da anni è impegnata nella costituzione di una Fondazione Che, ma il progetto non si concretizza mai. Per quale ragione? Volevo chiederlo a Aleida, madre e figlia, ma per mia negligenza ho saltato un secondo incontro che si sarebbe tenuto nella residenza dei Guevara. Volevo anche chiedere quali iniziative intendevano prendere per il cinquantesimo della morte del Che. Il mio amico Alberto, che l’appuntamento non lo ha mancato, glielo ha chiesto e Aleida ha risposto che loro qualcosa faranno. Una risposta molto generica e poco impegnativa. Sul Che si è scritto tanto, ma troppo spesso per tirarlo dalla propria parte, le varie pubblicazioni spesso contengono contraddizioni ed interpretazioni non suffragate dai fatti. L’unico lavoro serio sulla rivoluzione è quello di Carlos Franqui, il suo “Diario della Rivoluzione Cubana” (Alfani Editore 1977) non è altro che un insieme cronologico di documenti ufficiali firmati dai vari comandanti; l’autore si è limitato a compendiare il tutto con note esplicative. Eppure ci sono i tre sacchi da cui sono usciti poche cose e sempre sotto il rigido controllo di Aleida moglie. C’è un grande lavoro storiografico che aspetta di essere realizzato ma non ci sarà, almeno fino a quando Aleida moglie sarà viva e il regime cubano al potere. Ho chiesto al nostro accompagnatore, Roberto Rodriguez, se stavano organizzando qualcosa per il cinquantesimo della morte di Guevara, mi ha risposto che i cubani non amano la morte di una persona ma la nascita, e poi la morte, l’assassinio di Guevara, è ancora un dolore per la famiglia. Forse ci sarà una parata militare. Dunque Cuba non realizzerà niente e la famiglia, che d’altra parte ha lasciato al mondo intero l’uso libero del Che, allo stato attuale non è in grado di organizzare gran che. E’ vero che questi uomini della Sierra, anche Camilo era così, a quei tempi avevano cementato un patto di sangue con la rivoluzione, un patto che li portava a non rendere pubblici gli scontri durissimi che c’erano tra le varie anime, è vero che questi uomini avevano necessità di essere coesi davanti al nemico interno ed esterno, ma ora tutto questo ha ancora senso? Non c’è necessità di ripartire dalla dialettica di quegli anni per riprendere il processo rivoluzionario e condurlo per nuove strade?
Ripartire dallo scontro sul destino della rivoluzione, ovvero se l’obiettivo era la liberazione dal giogo statunitense, o quello della conquista della democrazia abbattendo Batista, o una lotta continua fino alla nascita dell’uomo nuovo.
imagescaqo7pa9 Fidel andò sulla Sierra per battere il dittatore e liberare Cuba dal giogo del capitale straniero, Raul, il fratello, per realizzare uno stato socialista di tipo sovietico, Camilo era per una rivoluzione democratica, il Che per l’uomo nuovo e un comunismo non burocratico statalista.
Dopo la presa de L’Avana Fidel, che ha sempre agito con grande scaltrezza tattica, vira, anche per la sordità americana, verso lo stato a modello sovietico mentre Guevara ne prende le distanze, si definirà infatti un marxista autonomo, non ascrivibile ad alcuna corrente. Fidel lo mandò in giro per il mondo come la voce della rivoluzione e lui capì come stavano le cose: non c’è alcuna differenza tra lo sfruttamento capitalista e lo sfruttamento socialista. “Bisogna cambiare il modo di produrre, non possiamo semplicemente sostituire a tanti padroni uno stato padrone”. Lottò come poté quando era Ministro dell’Industria, ma creare un modello alternativo al capitalismo non era cosa facile e quando si rese conto che il comunismo burocratico sovietico era diventato anche il modello cubano allora per lui divenne indispensabile cercare altre strade, che non furono semplicemente politiche ma esistenziali. E poi questa pretesa cubana di cercare un’altra strada non piaceva ai sovietici, ma neanche ai cinesi, insomma il Che non aveva sponde, Fidel la trovò in Kruscev prima e in Breznev dopo, ma anche lui era controllato e spiato perché ritenuto un non
affidabile. Il Che rimase in silenzio per quasi un anno, probabilmente un anno di scontri con Fidel, probabilmente un anno di contrattazione per gestire la sua fuoriuscita dalla leadership e dal governo cubano, alla fine Fidel acconsentì, probabilmente proprio dietro la stesura della famosa lettera che metteva al riparo il regime da una sorta di sconfessione guevarista. D’altra parte il Che sicuramente chiese la sicurezza per la sua famiglia, chiese che fosse lo stesso Fidel a curarsene. E Fidel lo fece, Aleida figlia scrive e dice ogni volta che può che Fidel è stato per lei un secondo padre, anzi che del padre ha pochi ricordi ma di Fidel tanti.
La rivoluzione continua del Che era troppo troskista per non essere amata dai movimenti degli anni 60, i barbudos apparivano come un gruppo di rivoluzionari più vicini a Rimbaud che a Lenin, dei marxisti autodidatti alla ricerca della loro strada. Il Che fu certamente il più radicale ed intransigente, un uomo che nei tour all’estero rimproverava i collaboratori se compravano scarpe che un operaio non poteva permettersi, un politico che teorizzò la rivoluzione del sacrificio, “solo con un lungo periodo di sacrifici di tutto il popolo potremo porre le basi del nuovo mondo, altrimenti al meglio copieremo quello che già c’è”. Guevara ministro si rese conto di non riuscire a cambiare quel modo di produrre, che il suo modello non incrementava la produzione ma che addirittura la riduceva. Lui lavorava venti ore al giorno, fu il periodo delle notti bianche al Ministero dell’Industria, non era mai soddisfatto, si lamentava dei collaboratori, era irascibile, a volte violento con loro, li rimproverava di lavorare poco e male, accusava gli operai di non essere all’altezza e ai quadri del partito di non assumere nella pratica quotidiana i compiti rivoluzionari. Si era messo in testa di svincolare l’impegno nel lavoro dal guadagno materiale, “è questa la cesura che rompe il modello di produzione capitalistico”. Ottenne solo frustrazioni per se e per i suoi collaboratori, si convinse di non essere all’altezza del governare e che lui sapeva far bene solo la guerriglia. O forse era diventato un disadattato alla vita normale, forse era rimasto prigioniero del mondo della Sierra. Lo pensò nel 1962, durante uno dei suoi numerosi viaggi per rappresentare il governo rivoluzionario nei paesi del Nord Africa, rimase con le sue domande per quello che per lui era un lungo tempo, un anno, poi decise di andare incontro al suo destino. Cosa realmente accadde in quei mesi di silenzio è ancora sconosciuto o meglio c’è la versione di Fidel da una parte e dei fuoriusciti dall’altra, ma non c’è una ricostruzione storica realizzata da una terza parte, soprattutto non c’è la pubblicazione dei documenti integrali del Che. L’anno del silenzio si concluse con la lettera testamento affidata a Fidel, con una partenza clandestina, con la concessione di un gruppo di rivoluzionari che potevano seguirlo nell’impresa e con l’assunzione da parte di Cuba di un ruolo di supporto ai movimenti rivoluzionari clandestini africani, latino americani e asiatici e di lotta contro l’imperialismo americano. Fidel fece capire all’ingestibile amico che la sua sarebbe stata una strada senza ritorno, che Cuba con tutti i problemi che aveva a livello mondiale, e con l’esercito degli Stati Uniti in casa, non si poteva permettere di essere scoperta come uno stato che organizzava le rivoluzioni nel mondo, fece capire che il popolo aveva diritto a riorganizzare la propria vita e non ad essere coinvolto in velleitarie rivoluzioni permanenti.
Ma queste sono poco più di supposizioni, la verità rimane in quei sacchi gelosamente custoditi da Aleida, e la famiglia sembra finora orientata più a difendere lo stato cubano che non la memoria storica del Che. Aleida moglie ha permesso a Paco Ignacio Taibo II di pubblicare solo una parte dei diari congolesi, cosa c’è in quei vuoti temporali lasciati dalla pubblicazione curata da Taibo II? Per esempio, possibile che quando il fido Benigno, al secolo Daniel Alarcòn, comunica al Che le parole inequivocabili di Fidel sulla impossibilità per il Che di tornare a Cuba, questi non abbia scritto nulla? Si sa, dai racconti dei compagni d’armi, che egli non era arrabbiato ma affranto, addolorato, spento, come si aspettasse una comprensione, non politica, che non poteva esserci, ma umana, come se si aspettasse in cuor suo che Fidel non anteponesse la ragion di stato, del suo stato, alla ragione del suo amico sconfitto in Angola. Il Che era un grafomane, non è possibile che non avesse scritto una riga su una decisione che tanto lo colpiva nella sua intimità.
chealeida Dal punto di vista politico è evidente che il Che si sbagliava, non come analisi dell’imperialismo americano, che non è questo il punto, ma sulla natura delle rivoluzioni, queste sono come le opere d’arte, ognuna è unica e irripetibile; l’idea tutta positivista di aver trovato il modello generalizzabile fu l’errore di fondo di tutte le rivoluzioni del XX secolo, lo fu per Lenin, per Trotsky, lo fu anche per Guevara. Certamente agiva in lui un senso di non appartenenza, non era cubano ma neanche si sentiva tanto argentino, era da anni cittadino del mondo, dov’era la sua patria? In tutti i luoghi dove si combatte per la dignità della persona, contro le ingiustizie e le sopraffazioni di ogni sorta, in primo luogo quelle degli Stati Uniti. La morte non gli faceva paura, la sua asma lo teneva continuamente a contatto con l’asfissia e il non poter respirare è sensazione molto vicina alla morte, il Che con la morte ci conviveva da sempre.
Per il suo mito bastano due foto in bianco e nero, il Che sguardo intenso perso nel vuoto, capelli lunghi e scompigliati, basco con stella, e il Che morto, deposto su un tavolo come il Cristo del Mantegna.
Korda, al secolo Alberto Diaz Gutierrez, è l’autore della prima, la prese sul palco della manifestazione contro gli americani del 4 marzo 1960. Racconterà, a Giangiacomo Feltrinelli, che sul palco oltre ai leader c’erano Sartre e la Beauvoir, che il Che era stato alla testa del corteo e aveva accompagnato al cimitero di Còlon le oltre cento vittime dello scoppio, nel porto di L’Avana, della nave belga La Coubre; ma a un certo punto il Che era sparito per riapparire sul palco per pochi attimi. Era teso, dirà sempre Korda, faccia preoccupata, sguardo assente, c’era sgomento in lui, gli americani avevano deciso di contrattaccare e Cuba si era scoperta mortale. Korda scatta rapidamente una foto, poi ne fa un’altra, la prima sarà quella buona, anche se è un po’ sfocata.

chehigh Il Che, ha i capelli lunghi, in testa il basco verde oliva con la stella rossa, indossa un giubbotto di cuoio verde con il collo di lana blu, è un regalo di un amico messicano. Come sarebbe stata questa foto se fosse tata scattata a colori? Paradossalmente quello sguardo che esprime una rabbia fredda diventerà l’icona mondiale dei movimenti del 68 e da allora di tutti i movimenti di ribellione. L’altra foto, quella che lo ritrae morto, è dei militari boliviani che lo hanno ferito, catturato e il giorno dopo giustiziato. La sua ultima notte di vita deve essere stata terribile, era ferito in più parti del corpo dalla sventagliata del mitra, era steso sulla nuda terra, sul corpo una coperta, le ferite continuarono a sanguinare fino al suo assassinio, non le tamponarono, né gli iniettarono morfina, gli stessi militari racconteranno che egli urlò per tutta la notte. I suoi resti saranno trovati e identificati solo nel 1997. Ernesto Guevara era stato sepolto ai bordi del piccolo aeroporto di Vallegrande, un paese andino di 7000 abitanti.
cheguevaram La gestione della morte fisica di un mito si sa è cosa difficile, da una parte bisogna dimostrare inconfutabilmente che lo si è ucciso, dall’altra evitare le conseguenze del gesto, per esempio la vendetta, o cosa più grave la nascita di un luogo di venerazione. Cosicché il cadavere del Che subì una sepoltura segreta ai margini di un aeroporto e il taglio delle mani per un’identificazione certa; le mani furono conservate in formaldeide e poi esaminate da esperti argentini per confrontare le impronte digitali del morto con quelle in loro possesso impresse all’atto del rilascio della carta di identità.
che_4Ciò non impedì che La Higuera, il luogo dove fu ferito e poi ucciso, e Vallegrande diventassero sedi di pellegrinaggio e luoghi di venerazione, non solo per i rivoluzionari di tutto il mondo ma anche per la popolazione locale. Molti indios per esempio credono che la presenza del Che compia miracoli e raccontano tante storie. Fu cosa tanto seria da indurre il consiglio comunale di Vallegrande ad approvare una delibera che chiedeva di non portare via i resti del Che in nome del rispetto della regola dei guerriglieri che vuole che siano sepolti nel luogo dove si cade in battaglia.
I cubani, ottenute le spoglie, alzarono un mausoleo a Santa Clara, lì dove il Che ottenne la più importante vittoria personale e della rivoluzione, la vittoria che aprì la strada per L’Avana. Il mausoleo presenta due facce, una retorica, e allo tesso tempo pedagogica, e un’altra fortemente simbolica e concettualmente comunista. La prima si esprime attraverso la monumentalità propria dei poteri e attraverso un annesso museo che raccoglie documenti e cimeli della vita del rivoluzionario; la seconda si esprime con la forma del luogo di sepoltura: una parete con 31 tondi, tutti uguali, al centro quello del Che, intorno quelli di 30 compagni caduti. Nei tondi solo i nomi di battaglia, nessun altro elemento identitario, non cognomi, non date di nascita o di morte, non paese di provenienza. L’ambiente che li ospita ha forma che somiglia a una grotta di montagna; buio, qualche pianta, un garofano rosso per ogni tomba. Le altre tre pareti e il soffitto sono costituiti da migliaia di piccoli parallelepipedi di pietra e di legno, pietra su pietra, legno su legno, uno sull’altro, l’uno a fianco all’altro, come fossero stati portati lì da un intero popolo che sfilando li ha depositati in modo non sempre preciso come vuole il fare edile. L’ambiente che ospita i guerriglieri è la prima opera che mi fa pensare che sia comunista.
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“Ho usato elementi geometrici molto puri – rettangoli e quadrati – che rappresentano la personalità del Che, che era molto stabile e molto forte”. Così presentava l’opera José Delarra, lo scultore cubano che la realizzò.

 

 

 

 

 

ll sorriso di Dio


camilo_3 Quando parlava Camilo il popolo ascoltava incantato, poteva parlare per sei ore, il popolo restava lì ad ascoltarlo, e gridava Camilo! Camilo! Camilo è stato assassinato da Castro.
Fidel o Raul?
Che differenza fa? Raul era geloso, Fidel lo temeva, Camilo aveva idee diverse sul destino della revolution, lui non era comunista.
Allora perché accettò di andare a Camaguey a sedare la rivolta capeggiata da Huber Matos che era per una Cuba democratica e anticomunista?
Camilo era troppo popolare per essere arrestato come uno dei tanti, cosa normale in quel 1959, arrestare i “bandidos” pagati dagli americani, dai latifondisti, dagli amici di Batista. Il popolo lo voleva presidente di Cuba. Fidel lo spedì a Cameguey per non farlo ritornare più, un incidente aereo, perfetto.
Ma dei tre comandanti della rivoluzione, in quel 1959, Camilo era il più attivo a combattere i focolai controrivoluzionari.
I suoi genitori erano anarchici fuggiti dalla Spagna. Camilo era un vero rebelde educato alla libertà, non voleva che anche questa volta la rivoluzione fallisse. Capì che Fidel era l’unico che potesse tenere assieme tutte quelle diversità, voleva che al più presto si arrivasse alla pacificazione dell’Isola per poter realizzare il programma rivoluzionario.
….. Camilo? Camilo fu assassinato da Fidel. Ci fu un’animata discussione, una delle tante, Fidel perse il controllo e gli sparò, poi mise in scena la caduta dell’areo. E dov’è caduto questo aereo? Non si sa. Non è stato trovato nulla, ne’ i corpi, né l’aereo, neanche un pezzettino. Dicono che lì l’oceano sia molto profondo. Cercarono, tutti andarono a cercare, anche il popolo, non fu trovata nessuna traccia. Non è possibile che un aereo non lasci traccia.
….. Camilo? Fu ucciso da Raul, fu un errore, partì accidentalmente un colpo dalla sua pistola. I Castro misero in scena la storia dell’areo perché nessuno avrebbe creduto all’incidente. Il momento era troppo delicato e poteva essere utilizzato dai contras.
…. Camilo? Da umile popolano a Comandante, uno dei tre comandanti della rivoluzione. E sarebbe diventato presidente di Cuba, il popolo lo amava, se ci fossero state regolari elezioni lui le avrebbe vinte di gran lunga. E questo non stava bene a Castro. Infatti le elezioni non si tennero mai.
camilo ….. Camilo? Furono gli americani a buttar giù il suo aereo. Un caccia atterrò non lontano dal luogo dell’incidente. Fu uno dei tanti sabotaggi alla rivoluzione, sabotaggi che continuarono fino allo sbarco alla Baia Giron, Baia dei Porci, e anche oltre con i quaranta e passa tentativi di far fuori Fidel.
…. Camilo? Grande combattente, grande oratore, sapeva come prendere il popolo, e anche grande stratega, fu sua la strategia rivoluzionaria che portò alla vittoria, ma non era un valido politico e poi sempre a bere, sempre a donne, uno statista non può perdere tanto tempo appresso ai piaceri dell’alcol e del sesso. Era troppo sregolato, un anarchico. Un anarchico a capo di uno stato? E’ una contraddizione in termini. Qualcuno si doveva prendere la responsabilità di governare il nuovo stato, e Camilo non lo avrebbe mai fatto. Un mito? Certo che lo è, l’eroe è sempre un morto, mai uno che ne esce vivo. Un morto non commette errori e rimarrà per sempre un eroe. Non ci vedo nulla di strano. E poi, la famiglia di Camilo è stata sempre con Castro. Se fosse stato ucciso vi pare che restava a Cuba?
Huber Matos, il comandante arrestato da Camilo fu processato e si fece anche la galera. Oggi è in Florida. E da lì dice che Camilo è stato ucciso, anzi si dice addolorato che lui sia stato causa della sua morte.
camilo_cristo_w A Matanzas, in uno spazio espositivo di un editore molto originale c’è un’installazione bellissima. Da una foto di Camilo sorridente, e il sorriso di Camilo è il più bello e sincero mai visto su questa terra, scende la sua barba fluente, fa una curva per salire e diventare la barba di Gesù.
Ecco, secondo me questa è la rappresentazione che più di ogni altra esprime il sentimento del popolo cubano verso Camilo.
E’ per quel sorriso pieno di vita, sfrontato, felice, che il popolo lo ama e ogni 28 ottobre si reca al mare, sui laghi e sui fiumi per porgere fiori al sogno che rappresentò.
“Questo ragazzo bianco ha la risata di Dio”, così diceva di Camilo Cienfuegos il popolo di L’Avana. E Camilo in quel 1959 rideva alla vita con i suoi 27 anni e la Sierra alle spalle. Di giorno rivoluzionario per passione, di notte amante di tutti i piaceri. Instancabile con l’ansia di non perdersi nulla di quei giorni frenetici, raccoglieva ogni sorta di materiale che potesse servire a ricostruire la storia della rivoluzione, condivideva con Carlos Franqui questa preoccupazione, tant’è vero che lasciò un biglietto autografo in cui scrisse che affidava a lui tutti i documenti che aveva conservato. “Perché dopo, quando si prende il potere, si cambia, si raccontano cose non proprio vere”.
“Fidel dobbiamo scrivere la storia della Sierra”.” Abbiamo cose molto più importanti da fare, rispondeva Fidel”. “Va bene così Camilo?” chiedeva Fidel tra il serio e il faceto, ché Camilo faceva le pulci a tutte le decisioni, ma poi era sempre il primo a sfidare il pericolo. Spesso il Che e lo stesso Fidel gli rimprovereranno proprio quel lanciarsi in imprese impossibili, quel cercare il pericolo e giocarci, fosse il funzionamento di una bomba, o l’attraversare di notte le file nemiche. Forse fu questa sua sfida al tempo a ucciderlo il 28 ottobre del 1959, la fretta di tornare all’Avana dove si stavano prendendo decisioni importanti e lui voleva esserci; la sua voracità insaziabile lo portava a divorare il tempo come il cibo, come quella volta sulla Sierra quando dopo giorni che non mangiavano si fece un’intera capra e il Che dovette intervenire per salvarlo dall’indigestione. Sì forse quella notte la tempesta ci fu davvero e lui volle sfidarla partendo col Cessna da Cameguey, forse, come scrive Franqui, “quando si accorse che l’aereo precipitava si mise alla guida per condurlo negli abissi”. Ma tanti dicono che non ci fu nessuna tempesta quella notte, che l’aereo era stato sabotato dai servizi segreti affidati ad Osvaldo Sànchez, ex dirigente della gioventù comunista, che Castro avesse deciso di affidarsi ai comunisti e abbandonare la parte rivoluzionaria democratica dell’M26, il movimento 26 luglio, cosa che effettivamente accadde dopo la morte di Camilo. Con Camilo vivo non sarebbe stato possibile, scrive Carlos Franqui in “Camilo Cienfuegos”, pubblicato in Italia nel 2011 da Massari Editore, troppo popolare. Il 26 ottobre, due giorni prima, era salito sul palco davanti al Palazzo Presidenziale de L’Avana, alla sua apparizione la folla non la smetteva di applaudire e invocare il suo nome. Fidel era torvo, per sdrammatizzare Camilo disse “non è per il comandante Camilo Cienfuegos: è un’ovazione alla rivoluzione”. Fidel fino allora non era comunista, o perlomeno si era posto come ago della bilancia, lo era il fratello Raul, lo era il Che, perfino Osmany, fratello di Camilo, ma lui era per una terza via, democratica e popolare. La Sierra cambiò Fidel, si dice che subisse troppo l’influenza del Che, è vero Fidel cambiò, ma non per ideologia, cambiò perché Fidel era uomo dell’hic et nunc, pratico, gestionale del possibile, dunque incline a tutti i compromessi pur di vincere la sua rivoluzione. Oltre a Franqui, a Matos, anche il compagno più fidato del Che, Benigno, al secolo Daniel Alarcòn, scrisse che l’incidente fu organizzato da Fidel e Raul perché il nome di Camilo risuonava più forte di tutti. Anche Juan Vivés la pensava allo stesso modo, “l’esercito fu affidato a Raul ma voleva Camilo ed era pronto a insorgere, ecco allora il furbo Fidel mandare Camilo ad arrestare il generale Hober Matos dimessosi a Cameguey. Camilo, andato a Cameguey, condusse un’indagine per proprio conto, telefonò a Fidel per dire che non c’era stato alcuna sommossa, né tradimento. Forse il gesto di Fidel mirava solo a rendere impopolare Camilo tra i democratici, di togliergli terreno sotto ai piedi, fatto è che a Cameguey quella notte furono messi fuori gioco due degli uomini più pericolosi dell’ala democratica.

*[estratto da un reportage del 2013 pubblicato sulla rivista “Il Piede e l’Orma – Pellegrini editore”]

Nuovo Contratto Sociale?

Steen Jakobsen, nell’articolo pubblicato sul  ilSole24ore La fine del contratto sociale che spiega Trump, Brexit e Marine Le Pen, ci dice perché la Clinton non aveva speranza di vincere e lo spiega così: perché agisce ancora come una rattoppatrice di quello che c’è quando invece bisogna creare una nuova Main Street, cioè un nuovo Contratto Sociale.
Bene, e lo creerà Trump?
Non mi pare che il suo programma lo preveda.
Comunque l’analisi, che era di sei mesi fa, è stata poi suffragata dai dati scomposti dei flussi elettorali. La Clinton, che ha comunque preso 631.000 voti più di Trump, ha perso nei cinque stati chiave perché i due candidati alla sua sinistra hanno quasi triplicato i voti rispetto al 2012 (il 5,42% al posto dell’1-2% solito). Dunque non è stato tanto Trump a vincere quanto la divisione dell’altro fronte a perdere. Curioso, immagino che in questo momento a sinistra del PD più o meno prenderebbero gli stessi voti, voti di coloro che sono convinti che Clinton e Trump si equivalgono, un po’ come da noi per Renzi e Berlusconi.
Ma a parte la considerazione, la questione vera è che un altro Contratto Sociale non è dietro l’angolo, perché questo si contrae tra tutti i soggetti sociali, cioè i governati, e i governanti. E chi è a non starci? Il capitale, è ovvio, a meno che non sia mantenuta l’attuale condizione di assoluta libertà d’azione di cui gode, il che implica nessuna possibilità di un contratto giusto ed equo tra le parti. Steen Jakobsen dà alcune ricette per spostare i capitali dalla speculazione finanziaria alla produzione di beni, dalle attività che creano pochi posti di lavoro a quelle che ne creano tanti, ecc…, come dire che producendo di più c’è più trippa da distribuire e la work class non sarà più incazzata. Tutto qua? Tutto per un po’ di trippa in più?
Io non credo che un po’ di trippa in più risolva le questioni sul tappeto, e per diverse ragioni.
La prima è che con le reti globali i desideri globalizzati diventano sempre più “irragionevoli” cioè sempre più ingovernabili, e questo perché sempre meno comprimibili. Inoltre lo spazio della creazione del desiderio è sempre più singolare, ogni uomo è da solo davanti al  suo terminale cyberspace, le aggregazioni che si creano in questo spazio sono virtuali e in più creano forza effimera che in poco tempo si vanifica e genera impotenza. Questo insieme dà vita a comportamenti sociali del tutto inediti. Non a caso da un po’ di anni questa società si definisce liquida, e dunque, chi e con quale organizzazione rappresenterebbe gli interessi di tutti i più deboli della società in questa trattativa?
La seconda è che quando il capitale era costretto a vincoli di uno o più paesi,aveva un’altra forza che si contrapponeva in modo organizzata, il lavoro, forza che lo costringeva a innovare i sistemi produttivi per concedere i diritti chiesti dai lavatori. Oggi il capitale, visto che  questa forza organizzata non esiste più, perché dovrebbe sedersi a un tavolo per un nuovo Contratto Sociale? Infatti il capitale contratta da solo con i governanti. E poi, ammesso che ci fosse una forte organizzazione del lavoro e un governo disponibile, perché dovrebbe farlo quando può spostare capitale e produzione ovunque nel mondo?
Infine, le innovazioni dei sistemi produttivi non avvengono più per il conflitto capitale lavoro ma sono dettate solo dalla creazione di nuove merci per conquistare fette di mercato.
Dunque?
Per ottenere un nuovo Contratto Sociale devono nascere movimenti organizzati per essere protagonisti su tutta la scena mondiale, solo così si può costringere il capitale a sedersi a un tavolo contrattuale e rendere le lotte produttive. Oggi come oggi il compito dei  politici si è ridotto a tenere a bada il mondo, ma non è solo una colpa è anche una necessità giacché ai tavoli c’è sono una forza che conta e domina. Il mondo può cambiare solo con un nuovo protagonismo globale dell’umanesimo organizzato in forza contrattuale. Il compito che abbiamo davanti non è quello di scegliere tra Sanders e Clinton da contrapporre a Trump, né tra Renzi e …. (Fassina? Bersani? Speranza? D’Alema, …) da contrapporre a Grillo, il compito è organizzare un movimento globale che si contrapponga al capitale globale. A quel punto i governanti avrebbero al tavolo due poteri contrattuali veri tra cui stipulare il Nuovo Contratto Sociale. 

Visioni enne.0_premessa

bianco-rymanHo messo insieme un po’ di riflessioni per cercare un filo conduttore, forse non c’è, forse però queste riflessioni possono servire per stimolare approfondimenti e per lanciare altre idee. Le ho definite visioni enne.0…, e sono parziali, per salti, necessariamente e assolutamente aperte a contributi di tutti gli uomini e le donne che ne condividono i principi ispiratori. Come è mio stile, le riflessioni non sono disgiunte dal mio percorso personale, dunque è solo per questo che parto dal 1976, anno in cui, volendomi confrontare col PCI che fino allora non avevo neanche votato, mi resi conto che anch’io, e già da un paio di anni, ero passato da una visione rivoluzionaria a un’altra che era, e rimase, indefinita. Ed è sempre per il mio partire dal personale  che è presente una certa centralità del comunismo, comunismo che (non fui mai iscritto al PCI per essere io anti stalinista e con una visione negativa del socialismo reale) rimase fino a questa riflessione il mio riferimento ideale. Spesso i termini virgolettati vogliono sottolineare l’uso di terminologie classiche che però, a mio avviso, non sono più adatte ad esprimere le nuove condizioni, è come ammettere che, fin dalle parole, anche il linguaggio non è più capace di esprimere il presente e il futuro.

Visioni enne.0

Che qualcosa non andava se n’era accorto anche Enrico Berlinguer quando lanciò, pur senza mettere mano a principi di teoria politica, la politica dell’Austerità utilizzando anche concetti del comunista eretico Pasolini (il consumismo, la mutazione antropologica della società e il genocidio culturale perpetrato dallo sviluppo senza progresso). Berlinguer, in quel comitato centrale dell’ottobre 1976, propose che il movimento dei lavoratori si facesse carico di sacrifici per portare il paese fuori dalla crisi economica. È vero che in quella circostanza l’austerità fu presentata come uno scambio gramsciano per modificare in favore del lavoro il rapporto di forza col capitale, è vero che anche nel primo dopoguerra PCI e PSI “permisero” un iper sfruttamento dei lavoratori per consentire la ricostruzione, ma è anche vero che mentre allora le sinistre uscivano sconfitte dalle elezioni del 1948 nel 1976 il PCI era al massimo della sua espansione e con la convinzione che senza i comunisti non si era più in grado di governare il paese. Se poi si aggiunge la svolta della CGIL di Lama che nello stesso anno abbandonò il concetto di “salario come variabile indipendente”, il quadro si completa: in due mosse il PCI di partito e di sindacato smantellò le fondamenta della sua alterità politica ed economica lasciando solo l’alterità morale, alterità rivendicata da Berlinguer fino alla sua morte. Dall’intervento Berlinguer al Comitato Centrale del 1976:
“… La politica di austerità quale è da noi intesa può essere fatta propria dal movimento operaio proprio in quanto essa può recidere alla base la possibilità di continuare a fondare lo sviluppo economico italiano su quel dissennato gonfiamento del solo consumo privato, che è fonte di parassitismi e di privilegi, e può invece condurre verso un assetto economico e sociale ispirato e guidato dai principi della massima produttività generale, della razionalità, del rigore, della giustizia, del godimento di beni autentici, quali sono la cultura, l’istruzione, la salute, un libero e sano rapporto con la natura. …”.
La portata di queste scelte, che in tempi successivi si andarono esplicando e completando, era ben oltre il contingente, infatti assorbiva nuove e inedite priorità quali la non riduzione del benessere al semplice possesso di beni materiali, il farsi carico delle implicazioni morali, …., insomma fu una vera svolta che però non incontrò il favore popolare perché ormai si era alle soglie dell’edonismo della Milano da Bere.

[PCI e PSI condividono la pesante responsabilità di essere divisi, concorrenziali e perfino contrapposti dalla seconda metà degli anni 70, anni in cui le sinistre unite ebbero il massimo dell’espansione (PCI+PSI+ DP = 46%; con PSDI, PRI e Radicali = 54%). La forte crescita del PCI e la stasi del PSI portarono a due peccati di presunzione. Il PCI, partendo dalla preoccupazione di rassicurare il campo NATO, preoccupazione rafforzata dalla tragica fine del Governo Allende, lancia la strategia del Compromesso Storico, strategia che prevede il coinvolgimento contemporaneo nelle responsabilità di governo delle tre culture politiche italiane, la democristiana, la socialista e la comunista. Questa strategia portò al Governo di Unità Nazionale. Nel campo socialista l’oggettiva riduzione del ruolo del PSI all’interno del Governo di Unità Nazionale indirizzò questo partito verso una strategia di concorrenza quando non di contrapposizione al PCI. E’ proprio con questa strategia dell’ala autonomista che Bettino Craxi defenestrò l’allora segretario Francesco De Martino. Una volta conquistato il partito, Craxi assunse l’orizzonte strategico dell’Alternanza di Sinistra, poi si smarcò dal Governo di Unità Nazionale proponendo continui distinguo, due per tutti: il contrasto alla linea della fermezza contro il terrorismo durante il rapimento Moro e le successive azioni terroriste e l’assemblea del Lirico di Milano per rompere l’egemonia sociale comunista e sindacale della CGIL. In seguito, caduto il Governo di Unità Nazionale, il PSI, insieme agli altri alleati storici della DC, diede vita al governo del Pentapartito. L’era del CAF, Craxi-Andreotti-Forlani, fu caratterizzata da una strategia diversa da quella degli anni 60: mentre in quegli anni il PSI al governo rappresentava la sinistra, infatti i governi furono definiti di Centrosinistra, negli anni 80 il PSI al governo rappresentò solo se stesso e anche in funzione anticomunista, tant’è vero che quei governi furono definiti asetticamente di Pentapartito. Alla strumentalità della proposta craxiana di Alternanza di Sinistra, il PCI, una volta uscito dall’area di governo, rispose abbandonando il Compromesso Storico e proponendo l’Alternativa di Sinistra, cioè qualcosa di simile a quella lanciata dai socialisti quando si erano sentiti schiacciati nella morsa del Governo di Unità Nazionale. Ma Craxi risponderà che questo potrà accadere solo dopo un ”riequilibrio a sinistra”, ovvero un PSI elettoralmente forte almeno quanto il PCI.
Conclusione, i due partiti dichiaravano di volere la sinistra unita al potere solo come arma tattica dell’uno contro l’altro. Questa incapacità della sinistra di darsi una strategia comune finì per l’essere sfruttata dalla DC che poté rimanere per altri 12 anni forza determinante della scena politica italiana. Ma come ebbe a dire Berlinguer nell’intervista a Scalfari del 1981, la pregiudiziale anticomunista creò una cappa di sicurezza per tutti gli occupanti del potere che, potendo contare sull’assenza di rinnovamento della classe politica, occupano lo stato e l’economia pubblica infettando tutto il tessuto della società italiana. La qual cosa fu dimostrata dal 1992 in poi da tangentopoli.]

Perché Berlinguer smantellò l’impalcatura comunista?
Per due ragioni, la prima, allora non completamente confessabile, perché da tempo si era reso conto che i paesi comunisti non solo avevano “esaurito la spinta propulsiva”, ma non garantivano neppure i diritti dei lavoratori e ciò nonostante, anzi forse proprio per questo, accumulavano ritardi di produttività di sistema tali da portarli sull’orlo dell’implosione. La seconda perché, creandosi le condizioni di governare il paese, il PCI doveva rendere concreta quella terza via che pure aveva già teorizzato, una terza via che non metteva più in discussione il libero mercato, il capitalismo, la democrazia occidentale e l’alleanza atlantica, dunque?
Possiamo dire che il PCI dalla fine degli anni 70 non era più comunista, e mi riferisco al comunismo fino allora conosciuto e maggioritario (nell’intervista a Scalfari del 1981 in qualche modo egli faceva chiaramente capire che era molto in sintonia coi socialisti degli altri paesi europei, non con quelli italiani perché questi erano i primi ad aver posto una pregiudiziale anticomunista). Non possiamo sapere se Berlinguer avrebbe avuto il coraggio di anticipare la caduta del Muro di Berlino perché egli morì nel 1984, sappiamo che toccò a Occhetto formalizzare la chiusura di ciò che nella sostanza era già avvenuto 14 anni prima. Da quel 1989 in poi gli orizzonti ideali “comunismo” e “socialismo” furono sostituiti da definizioni che non indicavano più una finalità sociale ma solo “collocazioni spaziali” come “sinistra”, o metodologiche come “riformismo”. Ecco dunque PDS, DS, PD. Ancora oggi esistono formazioni politiche che riportano comunismo e socialismo nel nome, ma il loro peso è irrilevante.

[Negli anni 80, con l’avvento di Regan e Thatcher, da parte occidentale si mette in atto una contrapposizione più aggressiva nei confronti del blocco sovietico, aggressività che si esplica con:
– la ripresa del riarmo USA e della NATO (bombe al neutrone che rendono “possibile” una guerra nucleare, dispiegamento dei nuovi missili Cruise che sfuggono ai controlli radar, nuovi sistemi di controllo e di difesa planetaria, ….);
– l’avvento di nuove tecnologie (spesso sviluppate proprio dalla ricerca militare, vedi Internet, la diffusione dei computer, l’automazione dei processi produttivi con la diffusione di macchine a controllo numerico e l’introduzione di robot a controllo umano, la qualità totale, …);
– il processo di finanziarizzazione globale (raccolta e spostamenti liberi di enormi masse di capitali da mettere a disposizione della ricerca e dei nuovi modi di produrre).
Si crea così un divario sempre più crescente tra il blocco occidentale e quello sovietico. Ai fattori economici, militari e politici si devono aggiungere la crescente capacità di penetrazione mondiale dell’informazione occidentale, nel 1980 nasce la CNN, e la forte attrazione a livello globale degli immaginari occidentali che vanno da Hollywood a Giovanni Paolo II. Il blocco sovietico era rimasto prigioniero del controllo militare e politico delle aree di influenza degli anni 60, aiuti militari, eserciti direttamente impegnati nelle aree di controllo. Economicamente si era attardato al controllo delle materie prime piuttosto che impegnarsi nello sviluppo di nuovi processi trasformativi e distributivi delle merci. Le spese militari sempre crescenti erano già da tempo finanziate comprimendo i consumi interni, sia privati che collettivi. Infine, ma non certo per ultimo, mentre l’occidente riusciva a garantire una crescente capacità di sviluppo dei consumi privati vissuti come crescente potere dell’individuo, crescente libertà e maggiori diritti alla persona, i paesi dell’est si ritrovavano privi di una visione “attraente” in termini di miglioramenti della qualità della vita delle persone. Osservando la parabola sovietica oggi si può dire che il fattore determinante della stasi e poi del crollo del socialismo reale fu l’aver abolito il conflitto sociale e politico, che non a caso Trotsky voleva permanente, e dunque di avere soltanto sostituito al capitalismo di mercato un capitalismo di stato con l’aggravante di averlo fatto eliminando il vero motore del progresso (il conflitto), cosa di cui le democrazie occidentali seppero beneficiare. Il tentativo di Gorbaciov di riformare l’URSS e di porre le basi per un altro socialismo fu tardivo e impotente, anche perché, come era prevedibile, anziché essere aiutato fu utilizzato dall’occidente per ottenere il collasso e la resa totale di tutto il Patto di Varsavia.]

Conclusione 1: Non ci sono traditori e rinnegati, ci sono fatti concreti che hanno decretato la fine dei partiti comunisti e socialisti, i gruppi dirigenti ne hanno solo preso atto, e i più capaci hanno cercato altre vie, vie che ancora non sono state trovate. Per quanto riguarda le esperienze socialdemocratiche europee, queste hanno svolto storicamente il ruolo di statualizzare con riforme le mediazioni del conflitto capitale-lavoro spostando questo conflitto verso nuovi obiettivi. Queste esperienze hanno avuto oggettivamente un ruolo positivo finché il conflitto fu il motore del progresso ma da quando questo conflitto è stato spazzato via dai nuovi sistemi economici e produttivi le socialdemocrazie hanno perso la loro identità e funzione. Ci sono poi i nostalgici di quel socialismo e comunismo che si rifanno a realtà sociali una volta maggioritarie e oggi residuali, essi sono costretti dalla storia ad essere irrilevanti; si può comprendere i loro sentimenti ma politicamente bisogna essere netti: non sono in grado di prospettare alcun futuro per il semplice fatto che la loro visione di futuro è il passato che non può ritornare.

Negli anni 80 inizia una rivoluzione tecnologica con un’accelerazione inarrestabile e globale che è ancora oggi in corso e di cui nessuno è in grado di prevedere l’esito finale. Questa rivoluzione travolgente, e che per la prima volta avvolge tutto il pianeta Terra, ha sbriciolato le relazioni sociali così come erano state fino agli anni 70, ha sconvolto la geopolitica, ha aperto un’era dalle caratteristiche inedite e in costante, e forse perenne, divenire vorticoso. Tutto è movimento, tutto è in corso d’opera, la velocità è un parametro fondamentale dell’economia e della politica, le reti hanno annullato lo spazio e dunque è il tempo l’elemento cardine della velocità. Si produrrà sempre più in spazi virtuali mettendo in relazione competenze e mezzi di produzione non presenti fisicamente, si progetterà, programmerà e si produrrà ad personam e in specific contest. Sempre più il lavoro sarà in rete e le relazioni saranno virtuali, sempre più si diventerà “imprenditore di se stesso”, ovvero direttamente responsabili degli esiti e in quanto tali immessi in un sistema economico e produttivo in rete a nodi orizzontali con una piramide sovrastante inaccessibile e assolutamente di dominio proprietario. E’ in questo quadro che si sta realizzando la quarta rivoluzione industriale: robot che auto apprendono a riconoscere e a trattare oggetti e materiali che prima non conoscevano, robot che operano in reti di robot senza che la presenza umana sia indispensabile, robot che non si fermano, non vanno in ferie, non rivendicano, non scioperano; oggi sono ancora molto costosi ma quando comincerà la produzione su larga scala costeranno molto poco e alcune previsioni dicono che alla fine dei prossimi dieci anni i posti di lavoro occupati dai robot potrebbero essere alcune centinaia di milioni. Dopo la sperimentazione della rete globale dei taxi Uber, è pronto l’assalto a tutti i servizi alla persona, il bigfarma è già una realtà, reti mondiali ci proporranno servizi in tutti i campi, all’inizio a prezzi stracciati, poi, conquistato il monopolio, decideranno il prezzo della nostra vita. Assicurato saldamente il potere delle reti economiche in mano ai domini, le relazioni tra le persone diventano sempre meno costrittive, non ci sarà più la necessità di presenza contemporanea sul luogo di lavoro e dunque la necessità di recarsi nel luogo di lavoro. I lavori potranno essere sempre più personalizzati , i salari saranno sempre più personali e non ci sarà più la necessità di costringersi in organizzazioni di massa per essere forti nelle rivendicazioni. Molti dei servizi alla persona potranno essere richiesti e usufruiti tramite device, mobili o fissi, insomma:

ci incontreremo sempre meno per obbligo e, se vorremo, sempre più per scelta e per piacere.

Intanto però la preparazione alla fabbrica 4.0 passa attraverso la costituzione di una sorte di nuovo sottoproletariato: lavoratori a bassissimo contenuto culturale , precari in varie forme e senza prospettiva di crescita qualitativa e salariale che proliferano in settori come la consegna della merce, le catene dei fast food, i call center, la gestione delle merci e dei desk dei mega store della grande distribuzione, ecc.. Sono lavori in gran parte destinati un giorno ad essere svolti dai robot, compresi quelli che volano coi droni. I salari sono minimi e i ritmi incessanti. I terminali mobili, che accompagnano questi lavoratori, registrano i ritmi, la mobilità, la quantità di “pratiche” evase, dunque sembra essere precipitati nella fabbrica del XIX secolo o in quella tayloristica dei rilevamenti di tempi e metodi. [E’ quello che accade per esempio in Amazon, il più grande distributore di merci del mondo, accumulazione di enormi capitali e investimenti massicci in tecnologia, cosi oggi Amazon ha già cominciato a consegnare merci con droni e imballa, scaffalizza, ricerca e carica merci per le consegne tramite robot].
I lavori più duri sono affidati ai migranti che proprio per lo stato di migranti sono privati di tutti i diritti di cittadinanza nel paese di migrazione; l’enorme massa di uomini e donne in cerca di migliori tenori di vita crea un’ampia disponibilità di forza lavoro a bassissimo costo, il che da una parte rende competitivo un sistema produttivo e dall’altra crea la condizione di assenza di conflitto sociale antagonista, se non per insignificanti micro conflittualità. L’assenza di conflitto comporta anche la riduzione degli investimenti per migliorare le condizioni di lavoro e per la protezione del lavoratore, insomma lo sviluppo tecnologico non comporta un progresso nella qualità del lavoro e nella qualità di vita. Contemporaneamente i grandi trust globali, assecondati dai poteri politici nazionali più influenti, G7, G8, …G20, sono impegnati nella gestione della globalizzazione cercando di guidarla verso il modello unico attraverso:
– strumenti fiscali. Basse tasse per la new economy, stati paradisi fiscali, flussi di denaro a basso costo quando non a interessi negativi.
– strumenti monetari. Svalutazioni e rivalutazioni.
– strumenti militari. Armando e disarmando paesi, addestrando eserciti, infine impegnandosi con la loro presenza diretta nei teatri di guerra per il controllo di asset strategici.
La prima fase di questa strategia globale, quasi interamente compiuta, prevedeva che tutti i paesi fossero regolati dal mercato capitalistico.
La seconda fase, quella attuale, prevede che i paesi con i lavoratori con salari più alti della media mondiale procedano a una politica di riduzione dei salari reali fino a quando la stragrande maggioranza del pianeta non abbia raggiunto livelli di reddito globale più o meno equivalenti. Dunque il governo del mondo si realizzerebbe eliminando l’attuale divisione tra paesi ricchi, paesi in via di sviluppo e paesi poveri; in ogni paese sarebbero presenti i redditi dai più ricchi ai più poveri, il che da una parte ridurrebbe la possibilità di conflitto tra i vari paesi del pianeta e dall’altra permetterebbe in ognuno di questi il controllo della forza lavoro e le condizioni per una promozione sociale che garantisca la stabilità politica del sistema capitalistico. [forse questo progetto di mondo non prevedeva l’enorme divaricazione della forbice salariale che si sta producendo, perché i teorici del neo liberismo sanno che questa divaricazione alla lunga destabilizza il sistema e dunque può innescare conflitti per i quali la soluzione keynesiana ha già dimostrato di non funzionare più.
Dunque potrebbe essere questa contraddizione ad aprire una crepa nella solidissima costruzione del capitalismo globale del XXI secolo?].
Premesso che i processi in divenire non sono nella stessa fase in tutti i paesi del pianeta, è indubbio che il capitale ha rivoluzionato il modo di produrre e di distribuire le merci rendendo inutili i movimenti dei lavoratori così come li avevamo finora conosciuti. Il WTO degli anni 90 ha decretato la fine delle economie nazionali spostando i poteri economici in ambiti sovranazionali e fuori dai controlli della politica in quanto, all’oggi, non esiste alcun potere politico a livello planetario democraticamente eletto da tutti gli abitanti del pianeta. Insomma al capitale è concesso un potere quasi illimitato mentre ai governi nazionali non resta altro che creare welfare locali compatibili economicamente con le condizioni globali. Si poteva dire di no al WTO? Certo, ma fatto da soli e senza forti organizzazioni mondiali alternative sarebbe stato quasi sicuramente peggio, come dire che molti stati, pur non convinti della bontà di quell’accordo lo firmarono perché era meglio una piccolissima fetta di torta che niente.

Doniamo noi stessi inconsapevoli vittime
Oggi il centro dello scontro va collocato nel sistema che produce comunicazione e informazione, quel sistema che va dalla produzione dei device e software alla produzione di reti di accumulo, accesso e comunicazione dei dati. Questo sistema di forma in continua evoluzione sembra inafferrabile, non si finisce di conquistare una propria autonomia che già il sistema ha creato nuovi luoghi e nuove forme che richiedono nuove abilità per poterlo utilizzare. Nella corsa dietro le innovazioni siamo sempre in affanno e dunque piuttosto impossibilitati a acquisire una capacità di critica, di elaborazione della critica e di formulazione di contro proposte. Spesso nelle reti si discute anche di politica, ma mai di politica della rete. E intendo capacità di esercitare la critica del mezzo che si usa, perché il vero potere che ci sta rendendo politicamente impotenti è proprio nel mezzo che ci ha resi interconnessi, produttori e consumatori allo stesso tempo, nonché alimentatori inconsapevoli della ricchezza di coloro che a parole alcuni di noi dichiarano di combattere. [E’ come se gli operai degli anni 70 nelle assemblee e nei Consigli di Fabbrica anziché occuparsi delle loro condizioni di lavoro discutessero se la FIAT 850 fosse più bella o più brutta della Renault R5].
Cosicché i meno abbienti, compresa quella che una volta si definiva classe operaia, sono sempre meno capaci di comprendere le complessità, di criticarle e di indicare soluzioni alternative, cosa che il movimento operaio sapeva fare in maniera diffusa fino agli anni 70. Non solo non si è capaci di pensiero critico ma si è addirittura gratuitamente a disposizione del “nemico” laddove quotidianamente offriamo le nostre “scie di vita”, le nostre elaborazioni, la nostra creatività attraverso le reti che utilizziamo. Le informazioni che gratuitamente offriamo sono dissezionate e ricomposte per creare i big data, cioè la merce oggi più preziosa; big data che servono a produrre beni e servizi, questi però di proprietà privata e che poi saremo costretti a comprare. Se prima vendevamo la forza lavoro, se dopo fummo espropriati anche del sapere e del controllo dei processi produttivi, oggi siamo noi stessi, senza essere costretti, senza essere pagati, ad offrire tutto, anche i nostri sentimenti, anche le nostre emozioni, perfino i nostri segreti più remoti – dunque la nostra ricchezza più profonda e preziosa – al potere economico globale. Ma mentre ci offriamo gratuitamente, impudicamente e completamente ai nostri sistemi globali, questi rendono le nostre creazioni, la nostra intimità auto profanata una loro proprietà privata. La robotica 4.0, i beni di consumo, perfino i film, i romanzi e i programmi televisivi che vediamo e vedremo sono prodotti scaturiti dai big data delle nostre intimità. La biopolitica di foucaultiana memoria è arrivata fino in fondo, non c’è più bisogno di guardie per gli schiavi, né di panopticon, né di tecnici di tempi e metodi, noi siamo “disciplinati” dentro, non solo per finalità produttive ma siamo stati “disciplinati” perfino nei tempi e nei modi dei sentimenti, delle estetiche, delle emozioni. Dai sistemi partono input per registrare le nostre reazioni e per poi classificarle, scomporle, ricomporle, riproporle come generatori di nuovi input, ecc….

Conclusione 2: Non c’è “coscienza di classe”, il centro dello scontro non è più laddove pensavamo che fosse e forse non c’è più “il luogo” dello scontro tra potere e contro potere perché tutto è diffuso, intruso, pervaso. Dove risiede il centro del potere di una rete? Nell’hardware? Nel software? Nelle banche dati? Nella catena di comando del sistema rete? … e poi, …. se la mia pensione è in mano a un fondo di investimento e il suo valore dipende dalla capacità speculativa del fondo, dalla capacità di lucrare profitti, lotterò io contro la finanza speculativa? …. e poi, se si opera nelle nuove aziende leader del mondo, Apple, Google, Facebook, Twitter, ecc…., ovvero nei luoghi delle produzioni globali dominanti, non solo sarà molto diluita la separazione capitale/forza lavoro (gli operatori sono integrati nel possesso dei mezzi di produzione), ma gli stessi addetti (si possono ancora definire forza lavoro?) lavoreranno da matti perché partecipano in maniera consistente ed esponenziale ai profitti, ….
… e poi ci sono le esperienze di cooworking, laddove si sperimentano forme di produzione mettendo in comune gli strumenti, gli spazi, i tempi, … tutto senza gerarchia, fluidi nello spazio e nel tempo di relazione,…
… e poi c’è la sharing economy, ovvero sistemi che permettono di fruire di mezzi e servizi senza averne proprietà, in un rapporto senza intermediazioni, dunque a prezzi più bassi, in un rapporto diretto tra fornitore e fruitore, in un rapporto dove il fornitore è allo stesso tempo anche fruitore, ecc..
… e poi c’è il crowdfunding, laddove un soggetto presenta un progetto e chiede al mondo di finanziarlo offrendo ai finanziatori il beneficio del prodotto, totale o parziale, o altri benefici. Le quote di partecipazione sono bassissime, alla portata di tutti. ….

Conclusione 3: Si è sempre più un po’ dentro e un po’ fuori, si è sempre più compartecipanti a tutti i livelli. E’ sempre più difficile separare i ruoli, a primo impatto è tutto più ambiguo, confuso, indistinguibile; la tendenza in atto è quella di andare oltre i ruoli economici e sociali finora conosciuti.
Proprio per i processi in atto di cui sopra, propongo alcune domande che meriterebbero risposte non convenzionali:
– Come si difendono e si conquistano nuovi diritti nel XXI secolo?
– Come si può difendere posti di lavoro, reddito, diritti,…, quando chi possiede i mezzi di produzione può delocalizzare a proprio piacimento mentre i lavoratori non possono circolare liberamente?
– Come si fa a difendere i lavoratori quando la competitività pone a confronto diretto la produttività italiana con quella di paesi come Cina, Vietnam (comunisti!), India, Bangladesh, …. Turchia, Sud Africa, ecc. ….., dove il lavoratore ha stipendi pari a 1/10 di quelli italiani quando non è che poco più di uno schiavo?
– Come è possibile che l’ultimo grande patto sociale e gli ultimi contratti degni di questo nome risalgono al sindacato di Trentin del primo quinquennio degli anni 90?
– Come è possibile che negli ultimi 20 anni gli scioperi generali dei sindacati non hanno portato un solo risultato per i lavoratori?
– Perché non funzionano più le politiche distributive del novecento e aumenta, su tutto il pianeta Terra, la quota di ricchezza detenuta da pochi allargando a dismisura la forbice tra ricchi e poveri?
– Conoscete un paese al mondo che si è potuto tirar fuori dal WTO e ha aumentato la qualità della vita della propria popolazione?
– Com’è possibile che i meno abbienti votino Lega, Forza Italia, M5S e non SI, … o tutte le forme aggregative provate dalle sinistre negli ultimi anni?
– Come è possibile sostenere e incrementare la democrazia quando la struttura portante dell’economia è sempre più un potere assoluto piramidale?
– Come è possibile “discriminare l’informazione” e non essere sistematicamente disinformati quando noi stessi, spesso inconsapevolmente, veniamo usati come vettori di falsità?
– E’ ancora possibile costruire alterità che non siano solo variabili del consentito, ovvero interne alle compatibilità dell’attuale sistema?
– Come è possibile fare politica, organizzarsi, partecipare e contare realmente quando i poteri additati sono solo avatar dei poteri reali?

Qualche idea
Venuti meno i presupposti per essere “società”, liquefatte le forme di rappresentanza sociale e politica, le persone si percepiscono come isole che possono contare solo sulle proprie forze. Ma la percezione della centralità di sé non è solo negatività, e non è affatto una regressione, la centralità della persona può rappresentare il compimento di finalità poste dalla rivoluzione francese, ed anche il punto di approdo del comunismo. La persona, e non la famiglia, e non la massa, deve essere posta al centro delle iniziative politiche perché le fasi socialista e comunista sono state in parte realizzate e in parte rese superate dallo stesso conflitto capitale-lavoro, conflitto che ha avuto uno sbocco inaspettato laddove ha creato la condizione per la quale lo stesso conflitto non è più il motore del progresso. Al centro dell’iniziativa politica va messa la persona non in quanto individuo, numero, ma la persona che non ha più bisogno dello stato, del possesso dei mezzi di produzione, delle costrizioni esterne per essere cittadino, non ha più bisogno di confini etnici, di confini geografici, di qualsiasi appartenenza che crei confini non valicabili. Non puntiamo più sulla dialettica capitale-lavoro, classe operaia – capitalismo, non puntiamo più sulla conquista del potere, sull’abbattere uno stato per crearne un altro, puntiamo sul “tirarci fuori”, un “tirarci fuori”non come lo intesero le comunità hippy americane e neanche come lo intese l’Autonomia Operaia degli anni 70 italiani.
In poche parole è arrivato il tempo fertile dell’utopia anarchia nella sua accezione comunitaria, ovvero la regola dentro di se che porta all’autogoverno. Ciò che è la disciplinarizzazione prodotta dal potere globale, per tenerci ordinati dentro al proprio processo produttivo, può essere spostata fuori da questo potere, può essere non al servizio di un sistema produttivo e di potere ma essere a disposizione della creazione di Comunità Auto Governanti. E’ questa l’utopia possibile per il XXI secolo. Il punto di approdo non è il costituirsi come stato, il costituzionalizzare, il cristallizzare uno stato, ma il costituirsi come Potenza Costituente, in perenne Potenza Costituente. Solo questa concezione ci permette di spezzare la dialettica, di annullare la gabbia foucaultiana potere-resistenza-potere della resistenza-… Dovremmo concepire e sperimentare la creazione di comunità che non hanno in comune “una proprietà”, sia essa un bene materiale che immateriale, ma Comunità fondate solo sulla Potenza Costituente che non genera Potere Costituito; Comunità come fossero insiemi di IO in perenne stato costituente, IO che eliminano bipolarità dialettiche (la gabbia foucaultiana), dunque che generano NOI senza VOI. Se si parte da questa visione futura si mette in moto una creatività travolgente di idee e iniziative politiche inimmaginabili per gli ultimi quarant’anni di sinistra. Insomma spento un motore se ne può accendere un altro.

La prima di tutte le iniziative dovrebbe essere quella di riprendere in mano il filo, aperto e spezzato, delle visioni mondiali, ovvero pensare e agire per una politica del Pianeta Terra:
– Non ci dovranno più essere confini tra gli uomini, nessun tipo di confine invalicabile.
– Realizzare il diritto alla libera circolazione su tutto il Pianeta Terra.
– Ogni uomo, dovunque egli vedrà la luce, godrà gli stessi diritti su tutto il Pianeta Terra.
[Pur non partecipando alla Costituzione di un Governo Mondiale democraticamente eletto, un Governo Democratico direttamente eletto da tutti gli umani è auspicabile come fase intermedia dell’anarchia].
…..
La seconda, ma non in ordine di tempo né di priorità, è sperimentare localmente la creatività delle Comunità Qualunque, ovvero Comunità Potenza Costituente che sperimentano l’auto governo.
…..
La terza è definire giuridicamente il Bene Comune, superando sia la “proprietà privata” che la “proprietà pubblica”. Si tratta di creare un corpo giuridico costituente fondato sulle “relazioni in essere” e non sulla “proprietà”, qualcosa che è assolutamente inedito per la storia e preistoria umana.
……

Passando dalla grande utopia ai passi concretamente realizzabili, si possono individuare obiettivi perseguibili immediatamente nel mezzo, sul mezzo e per il mezzo che ci connette: dichiarare Google, Facebook, Twitter,…., Beni Comuni Patrimonio dell’Umanità e organizzare le lotte mondiali per ottenerlo. E questo non è un “es-proprio” ma semplicemente la cancellazione di un abuso e di un’ingiustizia: si tratta di sottrarre il Bene Comune creato comunemente dall’umanità dall’appropriazione indebita da parte di privati, è il rendere comune ciò che indebitamente è stato reso “proprietario e dunque privato”………
Queste solo come esempi per far intravedere di quale utopia si tratti, ma una cosa è certa: Se non saremo capaci di mettere in piedi proposte concrete locali che scaturiscono da visioni globali e che assumano contenuti e forme riproducibili, e per questo unificabili in forme organizzative mondiali, non ci sarà alcuna possibilità di ottenere risultati economici e politici a favore dei meno abbienti, né nel campo delle conquiste economiche, né nel campo dei diritti e delle libertà. Non sarà possibile più garantire in un solo paese, o soltanto in un gruppo di paesi, diritti da cui il resto del mondo rimane escluso. L’impotenza dei sindacati e delle forze politiche progressiste provenienti dal XX secolo è tutta qui. Ed è per questa visione “provinciale” e “corporativa” del progressismo, ahimè non solo italiano, che i leader ripetono tantra inefficaci che assicurano ormai solo la sopravvivenza del loro potere personale.

ps: mentre scrivo vedo le immagini dello spettacolo offerto dai cinesi al vertice del G20. È bellissimo, una bellezza mozzafiato che finora solo il comunismo marxista leninista statalista è stato in grado di realizzare. Ma il sogno non è lì, perché dietro quelle splendide performance ci sono violenze inaudite sulle donne e sugli uomini, l’utopia è realizzare quella bellezza unica con persone che partecipano per autodisciplina e libera scelta.

Frosinone, settembre 2016